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L’ossitocina e l’autismo

Qualche giorno fa (9 maggio) sono stato invitato, quale relatore, ad un convegno sull’autismo tenutosi nello splendido Salone Dei Marmi della bella città di Salerno. La sapiente regia della manifestazione è stata opera di Sergio Martone, con il quale ho potuto scambiare alcune opinioni e tra queste “quanto l’ossitocina potesse essere utile nell’autismo”. Di certo quest’ormone ha suscitato molto fascino in noi esseri umani, trattandosi della sostanza che determina l’attaccamento inducendoci a pensare che potesse svelarci l’antico dilemma umano: cosa dare agli altri e cosa tenere per sè stesso. Dilemma che ha accompagnato la nostra storia, pensando che Seneca definiva un errore sia credere a chiunque, sia non credere a nessuno.

Nell’articolo odierno e nel prossimo, il blog cercherà di fare chiarezza sul perchè l’ossitocina non ha alcuna indicazione nella cura dei disordini del neurosviluppo.

Siamo nati con cervelli molto immaturi pertanto, i cuccioli d’uomo sono dipendenti dai genitori e necessitano degli altri per un periodo molto lungo. Il beneficio dell’immaturità alla nascita è che i cervelli in fase di sviluppo possono sfruttare le interazioni con l’ambiente e adeguare se stessi al mondo fisico e sociale che popoleranno. E’ così che, nella fase di dentizione un bambino impara a non mordere il capezzolo della madre; quando muove i primi passi apprende ad evitare l’irascibile papà; più grande, impara ad aspettare il proprio turno, a tollerare la frustrazione, a non barare oppure a fare le proprie scelte correttamente.

Quando il “cosa significa essere giusto”, il “bene” ed il “male”, la virtù ed il vizio, la socialità, hanno smesso di avere un significato prettamente filosofico, per divenire questione biologica, tutti hanno fatto riferimento a quanto appreso circa la funzione biologica di un ormone: l’ossitocina.

Infatti, gli studi biologici avevano evidenziato che, quando l’animale è tra amici ed i livelli di ossitocina sono elevati si ha cura del manto, aumentano i contatti reciproci, aumenta il rilassamento. Allo stesso tempo, la cura del manto ed i contatti incrementerebbero i livelli di ossitocina, con un ulteriore rilassamento, dando inizio ad un ciclo bio-comportamentale. Inoltre, si era visto che, nelle diverse circostanze in cui veniva rilasciata ossitocina, venivano rilasciati anche gli oppiacei endogeni.

Eppure, l’ossitocina si trova in tutti i vertebrati, ma solo i mammiferi sono “sociali”, in quanto gli individui si accoppiano per riprodursi e le madri si prendono cura dei piccoli. Appare evidente che, l’EVOLUZIONE del CERVELLO dei mammiferi adattò l’ossitocina ad assolvere nuove funzioni nella cura dei piccoli nonchè nelle forme più ampie di socialità.

Dunque, per lo sviluppo della relazione o socialità nei mammiferi, sono stati necessari cambiamenti evolutivi nel cervello, al fine di permettere all’ossitocina di svolgere nuove funzioni.

In effetti, rispetto ai rettili, il sistema nervoso dei mammiferi è dotato di strutture o circuiti nervosi capaci di dare origine ad emozioni negative di paura e di ansia (dovuta alla separazione dalla prole o ad una minaccia, insieme con la motivazione a compiere un’azione correttiva) e di piacere (quando il genitore si ricongiunge alla prole oppure quando il pericolo è passato), oltre che, di circuiti nervosi capaci di accrescere le capacità mnemoniche.

Lo studio della neuroendocrinologia (studia le interazioni ormone-cervello) ci fa comprendere che nei mammiferi fu l’organizzazione neurologica a garantire nuovi valori: la relazione con l’altro.

Nelle prime fasi dell’evoluzione dei mammiferi gli altri erano solo i piccoli indifesi, in altre specie di mammiferi la cura per il benessere dei piccoli si è espansa fino ad arrivare ad abbracciare compagni, amici, e perchè no, estranei.

Nel prossimo articolo vedremo come, le cellule nervose del tronco cerebrale e dell’ipotalamo, monitorando lo stato interno del nostro corpo, regolano anche le nostre relazioni, che necessitano di strutture nervose superiori.

1 commento a L’ossitocina e l’autismo

  • GFM

    Anni fa fui sorpreso quando, leggendo uno studio sul comportamento delle gatte che allontanano la prole dopo che lo svezzamento è compiuto, si dimostrava che tale rigetto dipendeva da un innalzamento geneticamente programmato dell’ossitocina. La sorpresa fu scoprire che l’ormone dell’attaccamento più conosciuto, ad un dosaggio più alto fosse anche l’ “ormone della separazione”.

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