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Il corpo che apprende

Ogni volta che impariamo qualcosa di diverso noi stessi diventiamo qualcosa di diverso.

 Questa affermazione non trova convalida solamente nella psicologia del senso comune, anche le neuroscienze attuali sostengono che noi siamo la nostra storia, sia quella filogenetica sia quella ontogenetica.

Quando il cucciolo d’uomo comincia ad imparare?

 Sappiamo che inizia a farlo sin dalle primissime fasi della vita intrauterina.

 Infatti, abbiamo appreso che le cellule capostipite dei nostri neuroni compaiono intorno alla terza settimana di gestazione e, nel giro di qualche settimana, subiranno un processo di differenziazione per diventare cellule nervose definitive. A questo punto iniziano a formare circuiti, attraverso le sinapsi, entro i quali verrà depositato tutto quanto si apprenderà nel corso di tutta la vita, sia in modalità implicita sia in modalità esplicita o dichiarativa. Si intuisce facilmente che, attraverso le vie sensoriali (tatto epicritico, vista, udito, olfatto, gusto), le informazioni provenienti dal mondo esterno daranno un grosso contributo per la formazione dei circuiti neuronali e, pertanto, per quello che “siamo”.

Quello che è più difficile da intuire è che anche il corpo, possessore del sistema nervoso centrale, deve farsi “apprendere” dal cervello (deve contribuire alla genesi dei circuiti neuronali). Questo accade poichè da ogni muscolo, da ogni articolazione, da ogni viscere, dai vasi, le fibre nervose, capaci di condurre potenziali d’azione a differenti velocità, portano specifiche informazioni a specifici neuroni distribuiti nel S.N.C.

 E’ proprio grazie a queste connessioni che, istante per istante, possiamo mettere in correlazione lo “stato del nostro corpo” con quanto ci accade (sentimenti) e prendere decisioni in merito.

 E’ proprio da questa integrazione di informazioni neuronali che la “conoscenza” da oggettiva (conoscenza del contesto) diventa soggettiva (Io conosco ciò che esperisco).

In quello che state leggendo, che non è qualcosa di estraneo ad ognuno di noi, c’è un particolare, assolutamente non secondario, che spesso non cattura le nostre attenzioni.

 Quando ci impegnamo nel descrivere le abilità che ci hanno reso umani (linguaggio, relazione o socialità), presi da una prospettiva per lo più cognitivista, non ci soffermiamo sufficientemente sulle differenze tra i nostri corpi ed i corpi delle altre specie viventi, anche di quelle evolutivamente più vicine a noi (mammiferi in genere, primati nello specifico). Di sicuro, le differenze più marcate (strutturali e funzionali) le troviamo a livello dei piedi, delle mani e del viso/bocca.

A ben pensarci sono le stesse aree somatiche che in molti bambini con disordine della fase sensori-motoria del neurosviluppo, in special modo in quelli diagnosticati quali bambini con disturbo dello spettro autistico, troviamo anomalie funzionali. Infatti, molti bambini con D.S.A. (disturbo dello spettro autistico) camminano sulla punta dei piedi, mentre tutti mostrano un piede con arco plantare (piede piatto) poco rappresentato. Allo stesso tempo, tutti i bambini con D.S.A. hanno compromessa la manipolazione (disprassici) e le loro mani sono un pò più piccole della media (specie per la larghezza). Anche la masticazione è spesso differente, così come la mimica facciale. Inoltre, qualora dovessimo chiedere a questi bambini di soffiare, fischiare, baciare, le differenze con i coetanei sarebbero evidenti in tutti.

Perchè è importante quanto stiamo leggendo?

Perchè ci fa guardare  ai D.S.A. da un’altra prospettiva.

Agli inizi del terzo millennio non possiamo continuare a misurare i comportamenti atipici dei nostri piccoli pazienti.

Nell’epoca in cui operiamo la questione da risolvere è quella di conoscere quali sono i circuiti neuronali primariamente compromessi in un cucciolo d’uomo che, verso i 12/18 mesi di vita, comincia a manifestare i segni di una non perfetta conoscenza del proprio corpo, in specialmodo di quella parte del nostro corpo più “umana”.

 Solo se dovessimo progredire in queste conoscenze potremmo affermare che finalmente “conosciamo qualcosa di diverso” per cui anche noi siamo diventati “qualcosa di diverso”.

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