All’età di 84 anni è scomparso Edoardo Boncinelli “scienziato romantico”.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo la prima volta, quarant’anni orsono presso l’Università di Napoli (all’epoca lavorava presso il CNR di Napoli), intorno ad un tavolo ove si discuteva di genetica e di epilessie.
Uomo forte, con idee chiare, al punto da poter scrivere “Non basta essere stati grandi scienziati per dire cose scientificamente attendibili. Nella scienza non c’è niente di attendibile se non dimostrato e valutato collettivamente. Nella scienza insomma sono tutti uguali, almeno in linea di principio, e tutti possono dire la loro (Il posto della scienza, Arnaldo Mondadori Editore, 2004).
Bio-Evoluzionista convinto, scrive: Non solo non sembra che l’evoluzione abbia alcun fine, ma è anche chiaro che il suo procedere è essenzialmente imprevedibile, in quanto di natura erratica e opportunistica. Infatti, non si osserva mai la progettazione di qualcosa ex-novo, bensì l’utilizzazione forzata di ciò che è disponibile al momento. Basta la mutazione di un gene di alto livello gerarchico (come un gene Hox) e il cambiamento sarà tutt’altro che piccolo e graduale. In seguito a una sola mutazione possono apparire gambe, ali o antenne, oppure scomparire organi e appendici che prima erano appannaggio di un certo tipo di organismo (Dal moscerino all’uomo, Sperling, 2007).
La sua formazione scientifica (genetista) non aveva mai mortificato la sua visione olistica. Infatti, scrive: L’ambiente favorisce una mutazione rispetto a un’altra a secondo delle reali condizioni. Si pensa per esempio che certi geni che oggi predispongono al diabete o ad una elevata colesterolemia possano aver avuto in passato un valore selettivo positivo per i componenti di quelle popolazioni che dovevano spesso affrontare lunghi periodi di digiuno (Perché non possiamo non dirci darwinisti, Rizzoli, 2009).
Per il professor Boncinelli, grande è stato l’interesse per il cervello, per le sue funzioni, per l’interazione corpo cervello: “Un’emozione è un movimento somatico interno, scatenato da qualcosa di visto, sentito o anche solo pensato. Tale movimento ha in genere il carattere di un’aumentata reattività ed è suscitato in prima battuta dal S.N.A., eventualmente e secondariamente accompagnato dal S.N.C. ed endocrino. A tale movimento interno può corrispondere un visibile stato di agitazione, una serie di movimenti somatici, il predisporsi a compiere azioni (Mi ritorno in mente, Longanesi, 2010).
Nei suoi saggi non poteva mancare l’interesse per il neuro-sviluppo: “Anche i cuccioli di cane, di gatto o di scimmiotto crescono, maturano, acquisiscono via via molte facoltà che non possedevano o che erano appena accennate, ma per l’uomo è qualcosa di diverso. Più lungo è il viaggio da compiere, più accidentato e creativo, perché assai più lontano è il nostro stato finale da una semplice attuazione delle potenzialità biologiche di partenza. Impieghiamo più tempo, siamo più vulnerabili, perché abbiamo più strada da fare”. E, a pag.11, “Su quale base si formano tutte le connessioni sinaptiche che rappresentano la base materiale della nostra mente e del nostro Io? Possiamo individuare tre fonti: genetica, ambientale, casuale”. (La vita della nostra mente, Laterza, 2011).
Da neuro-scienziato bio-evolutivo scrive: “Il nostro cervello non è un mosaico di aree indipendenti ed autonome……per il nostro cervello compiere un’azione o immaginare di compierla hanno qualcosa in comune (Il mondo è una mia creazione, Liguori Editore, 2011).
“Alla constatazione che quella che stiamo assaggiando è marmellata d’arance, contribuirà il gusto, l’olfatto, il tatto, la vista. Si ha quindi una pre-convergenza di sensazioni elementari, che precede il verdetto finale: marmellata d’arance. Propongo di chiamare PSICOSTATO la trasformazione di queste caratteristiche in significati. Per dirla con le parole di Crick, la mente trasforma ciò che è implicito (NEUROSTATO) in esplicito (PSICOSTATO)” (Quel che resta dell’anima, Rizzoli, 2012).
