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Natale a porte aperte.


Si racconta che, nella notte di Natale, mentre tutti nel presepe dormivano – i pastori stretti alle loro coperte, Giuseppe seduto con la testa tra le mani stanche, Maria finalmente assopita – il Bambino aprì gli occhi. Non come chi si sveglia, ma come chi sente una chiamata a cui non può sottrarsi. Una luce, più viva di quella della lampada a olio, pareva sussurrargli qualcosa. Era la luce interiore del Padre che lo aveva inviato per salvare il mondo.

Il Bambino conosceva bene quella voce. E non si tirò indietro. Così, accanto alla grotta, appeso alla cintura di un pastore, c’era un mazzo di chiavi: alcune lucide, altre storte, certe pesanti come un destino, altre piccole come un fiore. Il Bambino, senza che nessuno se ne accorgesse, allungò la mano e le prese. Le chiavi tintinnarono piano, come se lo riconoscessero. Poi si alzò. E con passi leggeri come un respiro abbandonò il presepe e si mise in cammino con quel mazzo di chiavi, con l’unico desiderio di aprire le porte che l’egoismo, il peccato, l’indifferenza avevano chiuso.

La prima porta che incontrò non era visibile a tutti, ma il Cielo la vedeva benissimo: era la porta delle relazioni ferite, quelle fatte di parole non dette, di orgogli che non si piegano, di abbracci negati. Il Bambino scelse una chiave curva, fatta apposta per aprire ciò che è storto. La porta si sciolse come neve al primo sole, e dietro si affacciarono mani che tornavano a cercarsi, volti che si riconoscevano, cuori che ricevevano un’altra possibilità.

Più avanti trovò le porte chiuse delle fabbriche dismesse, quelle spente dalla fretta dell’economia che scarta. Le porte erano alte, arrugginite, mute. Lui prese una chiave pesante, di ferro vivo, e la girò nella serratura. La ruggine cadde a terra come pioggia, e da dentro uscì un vento tiepido: dignità che rinasce, lavoro che torna ad avere un volto umano, futuro che si riapre.

Proseguendo, il Bambino si fermò davanti ai cancelli sigillati dei porti chiusi, quelli serrati dalla paura di accogliere. Le loro porte erano fatte di timori, non di legno. Le aprì con una chiave di luce quasi trasparente. E il mare sembrò tirare un sospiro. Le onde tornarono ad accompagnare chi cerca una riva, una casa, un respiro nuovo.

Infine arrivò alle porte più difficili: quelle dei cuori senza speranza. Erano serrature fragili, custodite da buio e stanchezza. Il Bambino trovò nel mazzo una chiave minuscola, quasi invisibile, ma calda come una mano amica. Bastò sfiorare le serrature, e ogni porta iniziò a cedere. Non a spalancarsi: cedere. Come fa la speranza quando inizia a tornare. Una scintilla, una fessura, un inizio. E la vita fiorisce.

E poi, come se niente fosse, tornò alla grotta. Nessuno si era accorto della sua assenza. Depose le chiavi accanto al pastore, si sdraiò nella mangiatoia, guardo gli occhi teneri di sua madre, e chiuse gli occhi tornando a dormire.

E da quella notte, dicono, ogni volta che una porta si apre contro ogni logica – una riconciliazione insperata, un lavoro che riparte, un approdo che salva, un cuore che ricomincia a respirare – è perché quel Bambino continua a camminare nel mondo con il suo mazzo di chiavi. Perché è l’Emmanuele, ed è sempre con noi. Anche quando non lo vediamo. Anche quando non ci crediamo più. Perché Lui vuole che nessuna porta resti chiusa.

Lettera di Natale 2025 di Don Mimmo Battaglia

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