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IO, NOI, ontogenesi della relazione umana (tipica ed atipica) Giorno 3

Il cervello umano è più grande del cielo

 

Il cervello umano adulto è grande circa tre volte quello delle altre grandi scimmie.

Qualora volessimo spiegare le differenti abilità sociali e cognitive tra noi umani e le grandi scimmie, questa enorme differenza di grandezza rappresenterebbe poca cosa rispetto alla differenza di tempo necessario per ottimizzare il processo di organizzazione neurologica tra il cervello dello scimpanzè e quello umano.

Infatti, già alla nascita il cervello dello scimpanzè ha una dimensione pari a circa la metà della grandezza da adulto mentre a due anni raggiunge il 90% della dimensione definitiva.

Il cervello dei cuccioli d’uomo, alla nascita, è il 20% della grandezza da adulto, raggiungendo il 90% della grandezza da adulto non prima degli otto anni (epoca in cui diventa un buon lettore, fa conti, gli vengono affidati i primi compiti in autonomia, può ricevere la prima comunione).

Ovviamente, questo tasso di sviluppo molto lento suggerisce che i cuccioli d’uomo richiedano un tempo maggiore per sviluppare le proprie abilità all’interno dei loro complessi ambienti culturali.

In termini biologici, significa che il cervello umano è potenzialmente (geneticamente) predisposto per integrare specifiche aree cerebrali, ma solo attraverso la selezione esperienziale dei circuiti neuronali si organizzerà il sistema nervoso adulto.

Senza ombra di dubbio, possiamo affermare che questo modello di sviluppo lento è estremamente adattivo, infatti, garantisce un adattamento al modo di vita culturale dell’uomo (i cuccioli d’uomo, nel corso del loro sviluppo, devono apprendere molte cose e abilità prima di diventare membri competenti all’interno del proprio gruppo culturale).

Non genera alcuna meraviglia l’affermazione che, tramite il linguaggio i bambini autoalimentano la propria comprensione del mondo fisico.

A questo punto è doveroso da parte mia suscitare qualche riflessione.

E’ chiaro che sto trattando l’ontogenesi della relazione umana perchè sono convinto che solo attraverso la comprensione dei substrati anatomici e fisiologici delle nostre abilità possiamo comprendere la clinica. L’obiettivo del blog “autismo fuori dagli schemi”, fin dal primo articolo (tre anni orsono), è stato quello di far luce, in termini scientifici, sui segreti del comportamento autistico. Chi, come me, da circa trent’anni cerca di comprendere la patogenesi dell’autismo attraverso la ricerca clinica conosce benissimo che il problema più grande per un genitore di bambino con autismo è rappresentato al 50% dall’assenza di linguaggio e, per l’altro 50%, da un problema nella relazione (sguardo sfuggente, scarsa partecipazione al gioco, girovagare negli ambienti senza interessarsi agli altri).

Questo significa che, o questi bambini sono veramente “sfigati” (sono affetti da due differenti patologie), oppure, come molti hanno sostenuto, in questi bambini l’assenza del linguaggio determina l’anomala ontogenesi cognitiva e relazionale.

A questo punto avrei difficoltà nello spiegare il perchè bambini senza linguaggio, per problematiche uditive, non manifestano nei primi due-tre anni le stesse problematiche relazionali, nè, tantomeno, perchè bambini che a due-tre anni parlano un’altra lingua interagiscono normalmente.

E’ necessario introdurre una terza possibilità: la cognizione e la relazione, come il linguaggio, sono sempre conseguenza del livello di Organizzazione Neurologica o Neurosviluppo.

E’ del neurosviluppo che dobbiamo primariamente occuparci.

E’ del neurosviluppo che ritorno ad occuparmi.

Solamente intorno ai tre anni i cuccioli d’uomo vengono indirizzati a scuola (i sintomi e segni dell’autismo sono già presenti, questo dato anamnestico è estremamente importante sia ai fini della diagnosi e della scelta terapeutica, sia per farci comprendere che l’inserimento scolastico non ha alcuna valenza terapeutica per gli autismi).

Infatti, solo intorno ai tre anni i bambini iniziano a capire gli insegnamenti degli adulti come voce “oggettiva” della cultura che li informa di come NOI facciamo le cose.

Anche con i pari l’interazione cambia verso i tre anni, epoca in cui comincia ad evidenziarsi una crescente competenza nella coordinazione sociale.

Prima dei tre anni le conversazioni sono perlopiù parlare a, e non parlare con.

Intorno ai sei-sette anni quei bambini diventeranno esseri che sanno autoregolarsi normativamente e chiederanno a loro stessi cosa dovrebbero fare. Per questo accedono alla scuola primaria che li aiuterà a diventare a pieno titolo membri del proprio gruppo culturale.

Negli ultimi anni la psicologia dello sviluppo sta provando a spiegare scientificamente come il neurosviluppo garantisce queste tappe e quali fattori influenzano il percorso di sviluppo, in special modo: i vari profili di organizzazione neurologica o maturazione del sistema nervoso e le esperienze necessarie.

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