Da diversi anni la ricerca scientifica ha portato all’attenzione dei tecnici del settore il fatto che una molecola infiammatoria, l’interleuchina-6 ovvero una proteina (citochina) che agisce come messaggero per il sistema immunitario, svolge un ruolo chiave nel legame tra neuro-infiammazione e apprendimento.
Infatti, si è visto che rilasciata nel flusso sanguigno, l’interleuchina-6 stimola la produzione di proteine immunitarie. Tuttavia, se presente in quantità eccessive nel cervello, disturba la neurogenesi e la plasticità delle sinapsi, influenzando il processo di neuro-sviluppo oppure favorendo il processo neurodegenerativo (in relazione all’età del soggetto) o, ancora, generando disturbi fino a pochi anni orsono considerati “psicologici”, quali ansia o depressione.
Nel 2019 un team cinese ha dimostrato, studiando topi resi allergici a prodotti alimentari, che ciò aumentava la presenza di marcatori infiammatori nella corteccia cerebrale e, in particolar modo, nell’ippocampo con conseguenti deficit mnemonici e disordine dei movimenti mentre i livelli di citochine aumentavano nel liquido cerebrospinale.
Allo stesso tempo, sempre più studi hanno messo in evidenza che un livello elevato di PCR (proteina C reattiva) viene associato ad un aumento del tempo di risposta senso-motoria, ad una riduzione della capacità di mantenere l’attenzione ed a un deterioramento delle funzioni esecutive.
Non possiamo trascurare quanto la ricerca ci mostra: le molecole del sistema immunitario periferico attaccano i neuroni ed amplificano la neuro-infiammazione. Gli studi hanno dimostrato anche, che tale condizione diventa ancora più amplificata quando viene accompagnata da un danno alla barriera emato-encefalica (neuro-degenerazione, patologie del sistema nervoso).
Ovviamente anche quando la barriera emato-encefalica è immatura nella sua funzione di barriera o protezione dell’encefalo ovvero nei primi mille giorni di vita.
