Negli ultimi due articoli pubblicati dal blog “autismo fuori dagli schemi” si è discusso di memorie e di quanto il sonno svolge un ruolo importante nel processo di memorizzazione.
Tale discussione, in linea con la storia del blog, è stata fatta da una prospettiva Biologica Evolutiva.
Da tale prospettiva più volte siamo stati invitati a “decentralizzare l’uomo dal resto del creato” e a non “divinizzare il cervello”, specie se il nostro studio dovesse avere quale obiettivo quello di “conoscerci meglio per poter prenderci cura di chi mostra disordini negli apprendimenti”.
Può aiutarci a comprendere il motivo di questo “invito” il fermarsi a riflettere sul “significato di memoria” che i cognitivisti per decenni ci hanno fornito: “un enorme magazzino all’interno del quale l’individuo può conservare tracce della propria esperienza passata, cui attingere per riuscire ad affrontare situazioni di vita presente e futura”.
Come se trarre “insegnamento” dal passato fosse utile solo a poche specie viventi e, specialmente, agli uomini, in quanto dotati di un cervello più “intelligente”.
Infatti, sempre per i cognitivisti, “l’enorme magazzino non ha caratteristiche statiche e passive ma è, esso stesso, un costruttore attivo di rappresentazioni sul mondo e questo rende la memoria ricostruttiva e non riproduttiva”.
Cosa, invece, ci mostrano le moderne neuroscienze a tal proposito?
E, che cosa abbiamo appreso, anche per poter prestare la nostra opera (prendersi cura di cuccioli d’uomo con neuro-sviluppo disordinato), dalle letture degli ultimi articoli?
Abbiamo visto che le neuroscienze progrediscono anche in uno dei settori storicamente più ostici, quello della biologia molecolare.
Infatti, siamo venuti a conoscere che non può formarsi nessuna traccia mnestica, ne nella nostra testa ne dentro di noi, senza modifiche biochimiche e che queste, grazie ai recenti progressi, possono finalmente essere mappate.
Allo stesso tempo sappiamo bene che queste modifiche biochimiche, necessarie per garantirci di ricordare, abbondano in natura e sono presenti anche in organismi monocellulari i quali “ricordano” i processi biochimici non attraverso un cervello ma grazie alla loro memoria biochimica ed epigenetica, basata sulle variazioni delle catene metaboliche e di molecole all’interno della cellula.
Per comprendere meglio quanto stiamo leggendo possiamo far riferimento al fatto che quando un organismo monocellulare, ad es. Escherichia Coli, incontra uno stimolo ambientale (fonte di alimento oppure fonte tossica) attiva una cascata di reazioni chimiche al suo interno. Si è visto che la concentrazione di alcune proteine oppure la concentrazione di molecole modificate attraverso la fosforilazione restano alterate per un certo lasso di tempo dopo lo stimolo. Se in questo tempo si ripresenta lo stimolo, l’organismo (E. Coli), si mostra già “pronto” a rispondere rispetto alla prima volta che si è imbattuto nello stimolo.
E’ sempre bene ricordare che queste modifiche biochimiche (regolano le azioni in merito all’esperienza già negli organismi monocellulari) “spengono o accendono” determinati geni in merito a quanto accaduto (EPIGENETICA).
Non c’è bisogno di essere molto fantasiosi, quanto accade in un organismo monocellulare non può non accadere in ogni cellula degli organismi complessi e, dunque, anche in tutte le cellule dell’uomo.
L’uomo è dotato anche di un numeroso gruppo di cellule nervose che, stimolate attraverso i sensi, generano modifiche biochimiche che non solo provocano mutamenti fisiologici di quelle cellule ma garantiranno al corpo, nel suo insieme, di avere anche una rappresentazione di quello stimolo (cosa che non possono fare le altre cellule e, per questo, non possono nemmeno avere consapevolezza del ricordo).
Il resto del lavoro il cervello lo compie durante il sonno ovvero quando, libero dalla maggioranza delle stimolazioni esterocettive, l’enterocezione e la propriocezione (come mi sono mosso) stabiliranno cosa deve essere “rafforzato”.
C’è anche un altro dato emerso dalla ricerca che merita le nostre attenzioni. Abbandonare l’abitudine di dormire per molte ore consecutive durante la notte e suddividere il sonno in più momenti diversi durante le 24 ore, che vanno da alcune ore a pochi minuti (sonno polifasico), sconvolge un meccanismo ben rodato ed essenziale per la nostra salute (difese immunitarie, ipertensione, rischio di sviluppare diabete di tipo 2), per il nostro benessere (aumento dell’irritabilità e dei sintomi depressivi) ed anche per le nostre “prestazioni cognitive”.
