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L’ERRORE DI CARTESIO TRENT’ANNI DOPO: COSA E’ CAMBIATO (quarta parte) Il dottor C. Delacato, come avete potuto leggere verso la fine della terza parte di questa “storia”, sapeva bene che “imparare a vedere esige il movimento del corpo”. Anzi, tale conoscenza rappresentava un principio biologico fondamentale da applicare quando gli veniva chiesto di prestare cure a bambini con segni clinici (sensori-motori) di disorganizzazione neurologica. A proposito di “vedere”, all’interno della comunità delle neuroscienze chi, verso la fine del secolo scorso, diede un grandissimo contributo nel campo della “percezione” fu di sicuro Gerald M. Edelman (premio Nobel per la medicina nel 1972 per i suoi studi sul sistema immunitario e direttore del Neurosciences Institute di san Diego negli anni successivi). Nonostante il più prestigioso dei riconoscimenti accademici (premio Nobel), il professor G.M. Edelman non si sente appagato, gli resta ancora una sfida, desidera dare un prezioso contributo nel “consentirci di conoscerci meglio”. E’ per questo che dedica il suo tempo alla ricerca di come percepiamo ovvero di come l’uomo conosce e, successivamente, conosce anche di conoscere. Affronta tale sfida, come lui stesso scrive nel 1989 (Il presente ricordato, Rizzoli, pag. 26), consapevole che se lo avesse fatto come lo facevano in quel tempo gli psicologi cognitivi non sarebbe arrivato molto lontano perché era necessario costruire una teoria fondata sulla biologia. Allo stesso tempo, avverte che non può risolvere la questione (formulare una teoria biologica che possa spiegare come percepiamo) riducendo il tutto alla genetica. Infatti, per il professor G.M. Edelman “un semplice calcolo mostra che il genoma di un essere umano è insufficiente a specificare esattamente la struttura sinaptica del cervello in sviluppo. Tale concetto lo ribadirà con maggior vigore in un suo libro scritto nel 1992, Sulla materia della mente, quando scrive: “i geni dell’animale non prefissano in modo preciso le connessioni tra cellule”. Il professor G.M. Edelman è un grande conoscitore sia dell’anatomia sia della fisiologia del sistema nervoso. Inoltre, dalla prospettiva di chi vuole conoscere la “natura della mente umana”, ha un altro grande pregio: conosce e si ispira ai principi della Biologia Evolutiva (lo abbiamo trovato finora in tutti i nostri referenti, Damasio, Changeux, Delacato e Edelman). Per il professor Edelman il cervello si è evoluto, non è stato progettato. E’ per tutto questo che il professor Edelman, avvertita la necessità di formulare una Teoria biologica che potesse spiegare “come” il cervello umano possa garantire nel corso dello sviluppo al corpo proprietario di quel cervello di dare un significato a quello che il corpo stesso compie, ci presenta in quegli anni la Teoria della selezione dei gruppi neuronali (TSGN) fondata sul concetto di Darwinismo neurale che consente una selezione sia in corso di sviluppo sia con l’esperienza. Per Edelman, le mappe neurali selezionate dallo sviluppo e dall’esperienza si rimodellano attraverso fibre rientranti. Il professor Edelman, partendo dal fatto che la percezione è la discriminazione adattiva di un oggetto o evento rispetto allo sfondo o ad altri oggetti o eventi, propone (TSGN) che “ogni atto percettivo debba sorgere attraverso l’operazione di almeno due canali separati (modalità o submodalità sensoriali) che portino segnali alle mappe. Ogni canale preleva campioni in modo indipendente in un particolare ambito di stimoli. Dopo vari incontri con uno stimolo, in un’area rappresentata in mappe saranno selezionate particolari configurazioni di gruppi neuronali. Dopo tale selezione, segnali simili in ogni canale neuronale possono attivare in modo preferenziale gruppi neuronali selezionati in precedenza nei repertori di una regione neurale a cui tale canale è connesso. L’attività simultanea, per mezzo dello stimolo, di gruppi neuronali in ogni mappa e gli effetti della precedente attività di rientro aumentano la probabilità di rafforzamento delle varie connessioni rientranti distribuite fra tali gruppi”. Quello che trovo interessante da sottolineare, specie per la nostra questione (perché poco è cambiato, dopo trent’anni, per i trattamenti per i bambini autistici), è che “secondo la TSGN le varie forme di rientro costituiscono i meccanismi centrali nel mettere in relazione risposte sensoriali e risposte motorie nelle mappature globali”. E, ancor più importante per lo sviluppo dei trattamenti (lo capiremo meglio in seguito), doveva essere quanto il professor Edelman nel 1989 scrive (Il presente ricordato) che “l’integrazione rientrante elimina il bisogno di un centro di comando di livello superiore, finanche di un abbozzo”. Per il professor Edelman, circa quarant’anni orsono, il cervello si sviluppa o organizza (neurosviluppo o organizzazione neurologica) su criteri selettivi (sistema selettivo). Non c’è bisogno di homunculus. Dall’ultimo decennio del secolo scorso nulla nell’ambito delle neuroscienze poteva più restare come prima (ha fatto eccezione l’autismo). Infatti, la MENTE (chiedo scusa per il carattere ma la teoria della mente stava facendo il suo ingresso con tutte le sue conseguenze nel “mondo dell’autismo”) per il professor G.M.Edelman è un processo, non una sostanza o un “modulo” (G.M. Edelman, Sulla materia della mente). La mente è un processo di tipo particolare che dipende da particolari disposizioni della materia. Come se non fosse sufficientemente chiaro, a pag. 24 della seconda edizione Sulla materia della mente, scrive: “per studiare la mente in modo scientifico bisogna rivolgersi all’organizzazione del cervello; ignorare il resto del corpo però sarebbe un errore, poiché c’è un rapporto stretto tra il movimento e lo sviluppo del cervello necessario per dare origine ai processi mentali. Chiedo scusa alle lettrici e lettori ma è importante, per quanto purtroppo non stava per accadere nella comunità dei “tecnici dell’autismo” (neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori, tecnici della riabilitazione), sottolineare che per il professor Edelman “nel corso dell’evoluzione i corpi pervennero ad avere menti, ma dire che la mente è parte del corpo non basta, occorre anche dire in che modo. A tal fine occorre dare un’occhiata all’anatomia e fisiologia del sistema nervoso”. In termini semplici: le neuroscienze trent’anni orsono avvertono l’esigenza di dare fondamenti biologici alla psicologia. Come rispondono molti psicologi (di sicuro chi ha condizionato le attuali terapie che vengono proposte per l’autismo in età evolutiva) a tale esigenza? Lo leggeremo tra qualche giorno.

                     L’ERRORE DI CARTESIO TRENT’ANNI DOPO: COSA E’ CAMBIATO (quarta parte)

Il dottor C. Delacato, come avete potuto leggere verso la fine della terza parte di questa “storia”, sapeva bene che “imparare a vedere esige il movimento del corpo”. Anzi, tale conoscenza rappresentava un principio biologico fondamentale da applicare quando gli veniva chiesto di prestare cure a bambini con segni clinici (sensori-motori) di disorganizzazione neurologica.

A proposito di “vedere”, all’interno della comunità delle neuroscienze chi, verso la fine del secolo scorso, diede un grandissimo contributo nel campo della “percezione” fu di sicuro Gerald M. Edelman (premio Nobel per la medicina nel 1972 per i suoi studi sul sistema immunitario e direttore del Neurosciences Institute di san Diego negli anni successivi).

Nonostante il più prestigioso dei riconoscimenti accademici (premio Nobel), il professor G.M. Edelman non si sente appagato, gli resta ancora una sfida, desidera dare un prezioso contributo nel “consentirci di conoscerci meglio”.

 E’ per questo che dedica il suo tempo alla ricerca di come percepiamo ovvero di come l’uomo conosce e, successivamente, conosce anche di conoscere.

Affronta tale sfida, come lui stesso scrive nel 1989 (Il presente ricordato, Rizzoli, pag. 26), consapevole che se lo avesse fatto come lo facevano in quel tempo gli psicologi cognitivi non sarebbe arrivato molto lontano perché era necessario costruire una teoria fondata sulla biologia.

Allo stesso tempo, avverte che non può risolvere la questione (formulare una teoria biologica che possa spiegare come percepiamo) riducendo il tutto alla genetica. Infatti, per il professor G.M. Edelman “un semplice calcolo mostra che il genoma di un essere umano è insufficiente a specificare esattamente la struttura sinaptica del cervello in sviluppo. Tale concetto lo ribadirà con maggior vigore in un suo libro scritto nel 1992, Sulla materia della mente, quando scrive: “i geni dell’animale non prefissano in modo preciso le connessioni tra cellule”.

Il professor G.M. Edelman è un grande conoscitore sia dell’anatomia sia della fisiologia del sistema nervoso. Inoltre, dalla prospettiva di chi vuole conoscere la “natura della mente umana”, ha un altro grande pregio: conosce e si ispira ai principi della Biologia Evolutiva (lo abbiamo trovato finora in tutti i nostri referenti, Damasio, Changeux, Delacato e Edelman).

 Per il professor Edelman il cervello si è evoluto, non è stato progettato.

E’ per tutto questo che il professor Edelman, avvertita la necessità di formulare una Teoria biologica che potesse spiegare “come” il cervello umano possa garantire nel corso dello sviluppo al corpo proprietario di quel cervello di dare un significato a quello che il corpo stesso compie, ci presenta in quegli anni la Teoria della selezione dei gruppi neuronali (TSGN) fondata sul concetto di Darwinismo neurale che consente una selezione sia in corso di sviluppo sia con l’esperienza.

 Per Edelman, le mappe neurali selezionate dallo sviluppo e dall’esperienza si rimodellano attraverso fibre rientranti.

Il professor Edelman, partendo dal fatto che la percezione è la discriminazione adattiva di un oggetto o evento rispetto allo sfondo o ad altri oggetti o eventi, propone (TSGN) che “ogni atto percettivo debba sorgere attraverso l’operazione di almeno due canali separati (modalità o submodalità sensoriali) che portino segnali alle mappe. Ogni canale preleva campioni in modo indipendente in un particolare ambito di stimoli. Dopo vari incontri con uno stimolo, in un’area rappresentata in mappe saranno selezionate particolari configurazioni di gruppi neuronali. Dopo tale selezione, segnali simili in ogni canale neuronale possono attivare in modo preferenziale gruppi neuronali selezionati in precedenza nei repertori di una regione neurale a cui tale canale è connesso. L’attività simultanea, per mezzo dello stimolo, di gruppi neuronali in ogni mappa e gli effetti della precedente attività di rientro aumentano la probabilità di rafforzamento delle varie connessioni rientranti distribuite fra tali gruppi”.

Quello che trovo interessante da sottolineare, specie per la nostra questione (perché poco è cambiato, dopo trent’anni, per i trattamenti per i bambini autistici), è che “secondo la TSGN le varie forme di rientro costituiscono i meccanismi centrali nel mettere in relazione risposte sensoriali e risposte motorie nelle mappature globali”.

E, ancor più importante per lo sviluppo dei trattamenti (lo capiremo meglio in seguito), doveva essere quanto il professor Edelman nel 1989 scrive (Il presente ricordato) che “l’integrazione rientrante elimina il bisogno di un centro di comando di livello superiore, finanche di un abbozzo”.

Per il professor Edelman, circa quarant’anni orsono, il cervello si sviluppa o organizza (neurosviluppo o organizzazione neurologica) su criteri selettivi (sistema selettivo).

 Non c’è bisogno di homunculus.

Dall’ultimo decennio del secolo scorso nulla nell’ambito delle neuroscienze poteva più restare come prima (ha fatto eccezione l’autismo).

Infatti, la MENTE (chiedo scusa per il carattere ma la teoria della mente stava facendo il suo ingresso con tutte le sue conseguenze nel “mondo dell’autismo”) per il professor G.M.Edelman è un processo, non una sostanza o un “modulo” (G.M. Edelman, Sulla materia della mente).

 La mente è un processo di tipo particolare che dipende da particolari disposizioni della materia.

Come se non fosse sufficientemente chiaro, a pag. 24 della seconda edizione Sulla materia della mente, scrive: “per studiare la mente in modo scientifico bisogna rivolgersi all’organizzazione del cervello; ignorare il resto del corpo però sarebbe un errore, poiché c’è un rapporto stretto tra il movimento e lo sviluppo del cervello necessario per dare origine ai processi mentali.

Chiedo scusa alle lettrici e lettori ma è importante, per quanto purtroppo non stava per accadere nella comunità dei “tecnici dell’autismo” (neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori, tecnici della riabilitazione), sottolineare che per il professor Edelman “nel corso dell’evoluzione i corpi pervennero ad avere menti, ma dire che la mente è parte del corpo non basta, occorre anche dire in che modo. A tal fine occorre dare un’occhiata all’anatomia e fisiologia del sistema nervoso”.

In termini semplici: le neuroscienze trent’anni orsono avvertono l’esigenza di dare fondamenti biologici alla psicologia.

Come rispondono molti psicologi (di sicuro chi ha condizionato le attuali terapie che vengono proposte per l’autismo in età evolutiva) a tale esigenza?

Lo leggeremo tra qualche giorno.

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