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Nell’autismo è compromessa la percezione o la cognizione?

Poche condizioni mediche hanno subito, da parte della medicina, lo stesso “maltrattamento” riservato all’autismo. Per ricordare qualche “torto scientifico” perpetrato nei confronti dell’autismo si può citare l’errore diagnostico iniziale, quando per più di quarant’anni, la medicina ha attribuito la genesi dell’autismo all’anaffettività materna nei confronti del proprio figliolo. Un altro “torto”, altrettanto importante, è stato quello di considerare, ai nostri giorni, l’autismo quale condizione geneticamente determinata e, dunque,  malattia ereditaria. A mio avviso, il “torto scientifico” che maggiormente ha aggravato, ed aggrava, la condizione autismo, da sempre commesso dalla comunità dei medici, specialisti e non, è quello di considerare l’autismo una condizione in cui, in maniera più o meno marcata, vige un ritardo mentale. Le neuroscienze attuali, a tal proposito, possono chiarirci un pò le idee e restituire ai soggetti con autismo una dimensione più coerente con le loro problematiche che, di certo, non includono il deficit intellettivo.

Per le neuroscienze, nel cervello umano non esiste alcun modulo dell’intelligenza, o un’area neurale specifica predisposta ad essa. Pertanto, nessun essere umano può avere, in assoluto, una maggiore intelligenza, nè tantomeno un deficit intellettivo. Qualora volessimo interscambiare  il termine intelligenza con quello di “conoscenza”, sia comportamentali, che linguistiche, che relazionali, che procedurali, che di gestione dell’emotività, ecc., allora dovremmo, necessariamente, per una definizione scientifica del problema, fare riferimento ad alcuni neuroscienziati, tra cui Antonio Damasio. Nel suo libro, “Il sè viene alla mente” (2010), Damasio traccia i correlati neurali che consentono all’uomo di sviluppare, dal concepimento in poi, ovvero per tutta la vita, la consapevolezza. Questa, prima ancora di essere consapevolezza che “Io sono il possessore della mia consapevolezza” ovvero, prima di diventare consapevolezza mentale, deve attraversare vari stadi, poichè l’Organizzazione Neurologica si attua per stadi. Nella fase iniziale dello sviluppo (vita fetale e primi mesi di vita) è necessario che, nella parte profonda del Tronco Cerebrale, si organizzi una buona rappresentazione neuronale, al fine di “regolare” l’omeostasi interna. Questa fase, che Damasio chiama “proto sè”, è quella che andrà a stabilire l’intima connessione tra l’interocezione ed il Sistema Nervoso dell’animale, senza dimenticare che il fine ultimo del tessuto nervoso è proprio quello di garantire l’omeostasi, ovvero la sopravvivenza. Successivamente si organizzano i circuiti cortico-talamici e le cortecce sensoriali. Tale processo organizzativo serve, al possessore di quel Sistema Nervoso, per “conoscere, o meglio, manipolare” il mondo e di attribuire un “valore ad ogni cosa manipolata”, in merito a “come” questa manipolazione abbia modificato l’omeostasi interna. Questa nuova organizzazione del Sè, che Damasio chiama Sè nucleare, richiede, per organizzarsi, una strettissima connessione neuronale tra gli organi sensoriali e le cortecce, e, tra queste e le strutture del Proto sè (tronco cerebrale). Questa modalità del Sè nucleare si organizza nei primi 3 anni di vita. In questo periodo, il cucciolo d’uomo vive in un “presente ricordato”, per utilizzare un termine di Edelman. Il suo è un Sè percettivo poichè le connessioni tra le aree associative posteriori (occipito-tempero-parietali) e quelle frontali non sono ancora mielinizzate. La conoscenza o consapevolezza non può che essere una conoscenza percettiva. Solo dopo il quarto anno di vita, grazie all’organizzazione dei circuiti frontali, ed alle loro connessioni con quelli posteriori e quelli sottocorticali che potrà svilupparsi un Sè autobiografico (psicostato). Solo così l’uomo può svincolarsi sempre di più dal presente ricordato per proiettarsi in un passato lontanissimo ed un futuro eterno.

Un lettore attento avrà compreso che percezione e cognizione sono la stessa cosa.

Qualunque essere umano ha una vita percettiva, che ha inizio qualche mese dopo la nascita e, andrà ad esaurirsi verso i 4 anni di vita, per essere sostituita da una vita cognitiva (capacità di prendere decisioni e dare risposte svincolate dal presente).

La questione non sta nel definire se l’autismo è una problematica percettiva o cognitiva (il mio maestro Carl Delacato ha scritto in merito nel 1972). La questione è quella di chiederci, prima di formulare “sentenze” assurde e prescrivere terapie inopportune (deficit cognitivo, approccio cognitivo-comportamentale), in quale epoca della vita sono comparsi i primi sintomi. Mi risulta molto prima dei quattro anni, altrimenti non staremmo a parlare di autismo.

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