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ENTANGLEMENT E AUTISMO

                                  

Nell’ultimo articolo del blog “autismo fuori dagli schemi” (Filogenesi dell’autismo) abbiamo chiarito che, per le moderne neuroscienze, l’intenzionalità (esseri agentivi) compare nel corso dell’evoluzione grazie ad una “organizzazione comportamentale”(necessità di trovare nuove strade per affrontare nuove circostanze impegnative) basata su modifiche della struttura, funzione ed organizzazione dei sistemi nervosi nelle varie specie viventi.

In origine, miliardi di anni fa, la vita non richiese cellule nervose; era, ed è per questi organismi, sufficiente disporre di molecole sensibili alle sostanze nutritive e velenose da cui scaturiscono certe azioni.

Con l’evolversi di corpi più complessi (es. vermi) fu necessario collegare i meccanismi separati della sensazione e dell’azione; un’integrazione che avviene grazie alle cellule nervose.

Ovviamente, “comportamenti” rigidi e stereotipati non avrebbero garantito la sopravvivenza ad organismi ancora più complessi (pesci, anfibi, rettili).

 Per essi, per garantirsi la sopravvivenza era necessario un nuovo modello organizzativo, capace di garantire un comportamento non solo guidato da uno stimolo ma di dirigere le proprie azioni verso un obiettivo.

Lo studio della filogenesi ci mostra che, nel corso dell’evoluzione, si selezionò un’organizzazione con un controllo a feedback (assone retroattivo).

I sistemi nervosi, accanto ad un’organizzazione seriale, iniziavano a sviluppare un’organizzazione in parallelo.

Questa organizzazione garantisce di inibire azioni indesiderate favorendo così nuove forme di flessibilità comportamentale.

Con la comparsa dei mammiferi si registra una nuova “rivoluzione”: l’abilità di poter dirigere le proprie azioni verso gli obiettivi non solo flessibilmente ma anche intenzionalmente (agentività intenzionale).

Questa “rivoluzione” fu garantita dalle modifiche precedenti (controllo a feedback retroattivo) a cui si aggiunse la citoarchitettura corticale (disposizione dei neuroni corticali in colonne a sei strati).

Il resto è una storia recentissima.

E’ la nostra storia, quella dei primati.

Veniamo al mondo estremamente neuro-immaturi, lasciando al contesto (epigenetica) il compito di modellare la rete neuronale e, dunque, quanto apprendiamo.

Pertanto, grazie anche all’educazione, svilupperemo un’agentività condivisa (lettura della mente).

Appare ovvio, anche ai non addetti ai lavori, che l’autismo non trova la sua genesi in ambito filogenetico (sono esseri umani come tutti gli umani), bensì nell’ontogenesi (nello sviluppo delle abilità tipicamente umane).

La teoria quantistica può aiutarci a comprendere meglio questo “drammatico” disordine dell’apprendimento delle abilità tipicamente umane (linguaggio, relazione).

Nonostante le perplessità di Einstein (paradosso EPR, 1935), sperimentalmente è stato dimostrato che l’entanglement, o correlazione quantistica, è reale; addirittura è utilizzabile nella progettazione e nella realizzazione di tecnologie innovative.

Tale termine descrive un sistema formato da due particelle che si sono originate da una sola e che, se portate a una grande distanza l’una dall’altra, mantengono un collegamento che non è possibile spiegare in termini di relazione causa-effetto, realizzabile ad esempio attraverso uno scambio di segnali elettromagnetici (per questo Einstein resta perplesso rispetto ad una teoria che lui stesso, in parte, aveva favorito).

 Infatti, le onde elettromagnetiche, per quanto molto veloci, non possono rendere conto dell’istantaneità con cui il comportamento di una particella si riflette in quello dell’altra.

Eppure, se analizzate separatamente, le due particelle in stato di entanglement sembrano essere due entità indipendenti, ma in realtà non è così, come risulta evidente quando si osserva il sistema da una prospettiva che le comprende entrambe. L’unico requisito perché si crei questo loro legame, è che abbiano avuto un’origine comune o che abbiano inizialmente interagito per un breve intervallo di tempo. In conseguenza a tale interazione, sono collegate a livello profondo e si comportano come se fossero la stessa particella.

Quando diventiamo umani?

Al momento del concepimento o della nascita?

O, forse, quando sviluppiamo l’agentività intenzionale (intorno ai tre anni)?

Oppure, come solo gli esseri umani apprendono, quando possiamo vedere il mondo anche dalla prospettiva dell’altro (dai quattro anni in poi)?

Dalla mia prospettiva, quella di neurofisiopatologo, non provo alcun interesse per queste domande.

Quello che mi affascina è comprendere cosa accade in un cervello umano affinché si sviluppino le abilità tipiche della nostra specie, tra cui l’agentività intenzionale e quella condivisa.

Le neuroscienze affermano che esse sono subordinate al legame (entanglement) tra neuroni.

Le scienze abilitative, dietro suggerimento della fisica quantistica, potrebbero utilizzare il principio che l’aver interagito per un intervallo di tempo è un requisito per il legame.

A patto che si conosca l’anatomia e la fisiologia del sistema nervoso.

Desidero pubblicamente ringraziare la professoressa Chiara Zagonel che, in un caldo pomeriggio di quest’estate, mi ha presentato “argomenti complessi in modo semplice”.

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