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PERCHE’ LEGGIAMO

 

Le moderne neuroscienze hanno ripetutamente dimostrato che l’apprendimento di tutte le nostre abilità si basa sul rinforzo e sull’eliminazione delle sinapsi nel nostro sistema nervoso. Le sinapsi, infatti, costituiscono le tracce di memoria di tutte le stimolazioni sensori-motorie a cui la vita ci ha sottoposto modificando, in tal modo, il comportamento dei neuroni e, in ultima analisi, dell’organismo stesso.

Una sinapsi i cui due neuroni (il presinaptico ed il postsinaptico) si attivano insieme vede aumentare la forza del loro “legame” (legge dell’adattamento o di Hebb), ed anche la propria dimensione cresce per poter accogliere un maggior numero di molecole recettoriali (epigenesi). Infatti, la forza di una sinapsi si misura proprio andando ad osservare la grandezza della spina dendritica, che aumenta quando è stimolata. Al contrario, se una sinapsi non viene stimolata, diminuisce gradualmente la sua efficacia, ritraendosi completamente.

Comprendere a fondo quanto stiamo leggendo è fondamentale per farci capire come ogni cucciolo d’uomo, sin dalla nascita, dispone di circuiti che, organizzandosi con idonee stimolazioni sensori-motorie, gli consentiranno di comprendere il linguaggio parlato.

 Inoltre, alcuni di loro, con ulteriore crescita e con opportune stimolazioni sensori-motorie, sfruttando la plasticità cerebrale dell’infanzia, vedranno trasformarsi ancora di più il proprio cervello ed apprenderanno a leggere. 

Di sicuro l’alfabeto rappresenta un’invenzione straordinaria (intorno ai quattromila anni fa).

Pochi mesi di esercitazioni con “intensità, costanza e frequenza” ed il nostro “infante cresciuto” riconosce degli scarabocchi su carta e comincia a dare loro un senso in molto meno di un secondo.

Per i neuroscienziati è un’abilità che apprendiamo grazie all’intesa sincronizzazione dei circuiti neuronali sensori-motori all’interno dei nostri cervelli.

In effetti, leggere è ascoltare con gli occhi.

Leggendo, in questa sua intensa attività cross-modale, il nostro cervello riconverte le lettere in suoni, i grafemi in fonemi, e tutto procede come se avessimo ascoltato quelle stesse parole.

Per tutto questo appare molto ingenuo chiedersi il motivo per cui le neuroscienze hanno, in tempi recenti, investigato molto per poter cogliere le differenze neuronali, strutturali ed organizzative, tra il linguaggio e la lettura.

 Allo stesso tempo, appare superfluo sottolineare il perché è importante conoscere i risultati di queste ricerche, in special modo se ci si volesse occupare di cuccioli d’uomo con disordine del neurosviluppo (dai disturbi dello spettro autistico ai disturbi specifici dell’apprendimento).

Da alcune importanti indagini (RMNf) è emerso in maniera sempre più chiara che, se è vero che ognuno di noi possiede una rete di aree cerebrali per la comprensione del linguaggio verbale, solo chi ha imparato a leggere riesce ad attivarla in risposta a frasi scritte.

 Infatti, si è visto che più siamo bravi lettori più le aree visive rispondono rigorosamente alle parole scritte, e più la loro connessione con le aree del linguaggio si rafforza permettendo al circuito del linguaggio (emisfero sinistro) di attivarsi alla vista di una frase scritta.

Ecco perchè, come scritto sopra, leggere significa accedere al linguaggio con la vista.

Pertanto, ancora una volta potrebbe apparire molto ingenuo chiedersi il perché i ricercatori, per comprendere come impariamo a leggere, hanno investigato molto sulla nostra corteccia visuo-motoria.

Grazie a queste ricerche abbiamo appreso che, nel cervello di ogni “buon lettore” una regione distinta dell’emisfero sinistro identifica le parole scritte (area delle forme visive delle parole).

Ma com’è possibile che dopo solo quattromila anni (invenzione dell’alfabeto) i nostri cervelli possano dedicare un circuito specifico alla lettura?

Infatti, l’evoluzione richiede tempi di gran lunga maggiori.

E, allora, come le neuroscienze spiegano questi dati?

In altri termini, come ci aiutano a “conoscerci” meglio, che è necessario anche per poter “aiutare” chi fallisce nel diventare un buon lettore?

Quello che oggi, nel campo delle neuroscienze, rappresenta la migliore risposta al nostro interrogativo (frutto di molte indagini strumentali sui sistemi nervosi) è : l’apprendimento della lettura si avvale di un circuito vicino, quello del riconoscimento di oggetti e di volti, e lo riorienta verso la lettura, sfruttando la plasticità del sistema.

In effetti, impariamo a leggere perché possiamo sfruttare un circuito sensori-motorio che si è evoluto per una funzione diversa e che noi “ricicliamo” per una nuova abilità (teoria del riciclaggio neuronale di Stanislas Dehaene).

In altri termini, se non avessimo avuto la possibilità di andare a scuola o di apprendere la lettura in altro modo nel nostro cervello nessun circuito neuronale sarebbe rimasto inoperoso o inattivo in quanto privato dello stimolo della lettura. Infatti, le scansioni (RMNf) cerebrali di persone analfabete mostrano che i circuiti della lettura non restano silenti ma rispondono con maggiore forza agli stimoli provenienti dal vedere oggetti e/o volti e/o figure. Inoltre, meglio una persona legge, più questa risposta diminuisce a vantaggio delle lettere.

In effetti, chi impara a leggere non perde l’abilità per riconoscere volti, oggetti, figure. Semplicemente, chi impara a leggere, dopo una prima elaborazione visiva, “sposta” le risposte ai differenti stimoli sensoriali visivi. Infatti, se le risposte alle lettere aumentano nell’emisfero sinistro, le risposte ai volti si spostano nell’emisfero destro. Più progrediamo come lettori e più, nei nostri cervelli, le aree visive sposteranno a sinistra le risposte alla lettura ed a destra quelle ai volti (lateralizzazione o asimmetria emisferica).

La lettura, dunque, induce una competizione tra circuiti sensori-motori corticali rimodellando le mappe corticali.

Se tutto questo non dovesse ancora destare particolare “attenzione” da parte dell’educatore e del pedagogista, attraverso il blog “autismo fuori dagli schemi”, avverto la necessità di ricordare che attraverso scansioni cerebrali, eseguite prima dell’inizio della scuola e successivamente, si è visto che dopo appena un mese e mezzo di scuola compare una vasta area (più circuiti neuronali) capace di far conferire significato della forma visiva delle parole.

In effetti, già prima che i nostri figli imparano a leggere, un’area visiva della nostra corteccia visiva è già connessa ad aree del linguaggio. Tale collegamento (integrazione) ci permette di denominare le immagini visive e, pertanto, come iniziamo a leggere la utilizziamo per connettere i grafemi ai fonemi.

 Alcune settimane di “abilitazione” e si verifica lo scatto che consente al nostro cucciolo di iniziare il proprio cammino di lettore.

Quello che emerge è che in questa fase precoce il circuito cerebrale della lettura è molto vasto, estendendosi ben oltre quei confini che dopo due anni “abilitativi” saranno molto circoscritti (aree occipito-temporali sinistre).

Il tutto, a dimostrazione che lo sforzo per imparare a leggere attiva molte aree cerebrali.

All’inizio, il bambino deve concentrarsi su ogni letterina, leggendo lentamente e con molta attenzione. Con l’esperienza la lettura diventa automatica e libera molte aree che assolveranno altri compiti mentre si legge.

C’è ancora una piccolissima considerazione da fare, grazie alle conoscenze forniteci dalle neuroscienze.

Se un cucciolo d’uomo dovesse venire al mondo con un severo danno all’emisfero sinistro, sottoposto all’apprendimento della lettura troveremo nell’emisfero destro l’area delle lettere. Questo perché, nel cucciolo d’uomo la plasticità cerebrale consente al cervello di riorganizzarsi.

A dimostrazione che veniamo al mondo per leggere in quanto possediamo un circuito della lettura ma, qualora sia assente, viene rimpiazzato da un secondo circuito simmetrico rispetto al primo.

Questo perché, non dimentichiamolo mai, il nostro sistema nervoso è fortemente ridondante.

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