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La Teoria del cervello autistico trova ulteriore sostegno nella Biologia Evolutiva

                 

Nel 2022 ho pubblicato “la Teoria del cervello autistico” (Armando Editore).

A distanza di poco più di tre anni, dalla sua pubblicazione, la Biologia Evolutiva ha ancora una volta mostrato che almeno come principio potrebbe essere interessante approfondirla.

La Teoria del cervello autistico ha come fondamento:

-Le difficoltà relazionali e comunicative, che il cucciolo d’uomo progressivamente manifesta nel corso della sua crescita, sono la conseguenza e non la causa del problema.

 -La causa della clinica è da ricercare nel neuro-sviluppo di quel bambino. Pertanto, la questione primaria non è l’autismo bensì il disordine del neuro-sviluppo.

-Il neuro-sviluppo umano differisce da quello di tutte le altre specie dotate di sistema nervoso principalmente per il fattore temporale (dura circa diciotto anni).

-Il Sistema Nervoso umano è plastico e ridondante. Grazie a queste proprietà biologiche, il neuro-sviluppo umano si “libera” dal rigido controllo della genetica e consente a fattori epigenetici (stimolazioni sensoriali e risposte motorie) di modulare la complessa circuiteria e, dunque, gli apprendimenti.

-Nei primi mille giorni di vita, epoca in cui iniziano a manifestarsi quei segni clinici che potrebbero condurci a fare diagnosi di “autismo”, c’è un’intensa proliferazione, potatura, indebolimento, stabilizzazione, di prolungamenti neuronali (assoni e dendriti) e di sinapsi (selezione neuronale o selezione dei circuiti sensori-motori) in special-modo nelle aree posteriori della corteccia cerebrale, nella circuiteria talamo-corticale e, soprattutto, cortico-talamica (un ruolo centrale spetta al nucleo reticolare del talamo), oltre che nelle connessioni della Formazione Reticolare con i neuroni corticali.

-Le conseguenze di un tale disordine non possono non coinvolgere la funzione di “filtro sensoriale”, con conseguente “atipicità” nel modo di astrarre informazioni da parte del cucciolo d’uomo da tutta la stimolazione sensori-motoria a cui viene, il suo corpo, sottoposto.

-Questo comporta che quel cucciolo d’uomo che cresce sviluppa una minore conoscenza del proprio corpo (il corpo che sente se stesso) e compenserà con una” ipersensorialità” esterocettiva. Dobbiamo sempre ricordare che il cervello è un trasduttore di energie differenti, provenienti da fonti esterocettive e da fonti intime e private quali sono quelle che si generano dal corpo proprietario di quel cervello, in energia nervosa o potenziali d’azione. Ovviamente, il cervello, grazie alla funzione di filtro sensoriale garantita dallo sviluppo di suoi specifici circuiti, sincronizza informazioni trasdotte e provenienti da varie fonti al fine di aumentare il livello astrattivo o di conoscenze da parte del corpo al quale appartiene.

Volendo fornire un chiarimento su quest’ultimo punto della Teoria, le neuroscienze moderne hanno ampiamente dimostrato che quando compio un’azione, prendimi la penna, non è una faccenda che ha coinvolto una “via sensoriale-un’elaborazione centrale- un comando motorio- il movimento del mio braccio”, bensì un qualcosa che include anche il segnale generato dal movimento effettuato dal mio braccio, e che viene trasdotto dal cervello (propriocezione). Qualora questo segnale propriocettivo dovesse essere in “ipo”, secondo il modello sviluppato dalla Teoria del cervello autistico, dovrebbe svilupparsi una clinica coerente con quella che riscontriamo nei “bambini con autismo” (difficoltà nello sviluppare la prospettiva sulle cose e, di conseguenza, il mutamento di prospettiva).

Pertanto, il punto centrale della Teoria del cervello autistico è rappresentato dal considerare il cervello un sistema di integrazione di informazioni provenienti da due fonti: il corpo proprietario di quel cervello, il contesto che circonda quel corpo, entro il quale deve istante per istante sopravvivere.

In altri termini, i nostri cervelli forniscono ai nostri corpi continuamente informazioni su cosa ci circonda e su cosa i nostri corpi stanno facendo.

Quello che stiamo leggendo non è un’invenzione fatta dalla Natura per l’uomo e, nemmeno (lo spero), l’invenzione di un neurofisiopatologo.

Nella rivista Mind (ottobre 2025, numero 250) il professor Simone Gozzano riporta uno studio pubblicato recentemente su Current Biology da Hyong Kim e colleghi (Yale University) che hanno scoperto il meccanismo che porta il moscerino (Drosophila) verso la frutta marcia. Infatti, i ricercatori hanno potuto dimostrare che, l’odore della frutta marcia innesca, a livello cerebrale del moscerino, un segnale che svolge due funzioni nello stesso tempo. Il sistema olfattivo, con i suoi neuroni glomerulari di proiezione, invia segnali ai neuroni dei corni laterali. Qui il segnale si sdoppia su due differenti cellule nervose. Una di esse trasmette l’informazione sulla presenza di frutta marcia, e dunque mette in moto il moscerino verso la fonte, l’altra cellula nervosa, parallelamente, segnala cosa il moscerino sta facendo (la velocità con la quale procede).

Di solito, più è forte l’odore (sensoriale) più il moscerino accelera (motorio).

In altri termini, abbiamo che l’organizzazione neurologica, fin dagli albori della comparsa dei sistemi nervosi, ha previsto che è buona cosa mantenere unita la funzione di attivare il moto (stimolo sensoriale) e quella di sostenere il moto (motricità). Ad un livello gerarchico superiore di organizzazione (nel caso del moscerino il secondo neurone), inibendo selettivamente i due neuroni secondari, accade o che il moscerino non va verso la frutta, oppure ci va senza accelerare malgrado l’aumento di odore di frutta marcia.

La ricerca di Kim e colleghi ci mostra che sin dalla comparsa sul pianeta di organismi provvisti di cellule nervose, questi organismi hanno utilizzato queste cellule per trasdurre e integrare informazioni esterne ed informazioni provenienti dal corpo per rendere le proprie azioni o comportamenti i più adattivi possibili.

L’autismo è conseguenza dello sviluppo di un connettoma che integra queste informazioni in modo “atipico” sin dalle primissime fasi del processo di apprendimento (schema corporeo).

Aiutare un bambino con autismo significa aiutare quel bambino, con stimolazioni sensori-motorie, a percepire meglio la sua bocca, le sue mani, le sue braccia, il suo busto, le sue gambe, i suoi piedi.

Dalla nostra prospettiva sembra assurdo.

 Anche questo, nei suoi testi, la professoressa Temple Grandin l’ha denunciato più volte.

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