Siamo una specie vivente capace non solo di vivere “in gruppo” ma, soprattutto, di vivere “con il gruppo”.
A patto che, sin dalla primissima infanzia, iniziamo a sviluppare un’abilità: l’autocontrollo.
Appare logico che tanti ricercatori, nel corso di molti decenni, abbiano studiato il fenomeno (autocontrollo) da una prospettiva psicologica.
Ad esempio, all’inizio degli anni settanta, presso la Stanford University, lo psicologo Walter Mischel mise a punto un test di autocontrollo su bambini conosciuto da molti come “compito di gratificazione ritardata” o “test del marshmallow”.
In questa situazione sperimentale, all’arrivo in laboratorio i bambini vengono portati in una stanza dove viene chiesto loro di sedersi. Il ricercatore pone davanti a loro un marshmallow e dice: “se volete, potete mangiarlo adesso, ma se aspettate che torni per mangiarlo, ve ne darò un altro”. Il ricercatore esce dalla stanza e lascia solo il bambino, che deve controllarsi per 15 minuti se vuole ricevere la ricompensa.
Dalla sperimentazione abbiamo appreso che due terzi dei bambini di tre anni aspettano prima di mangiare il marshmallow e quasi un terzo riesce a resistere anche dopo i 15 minuti.
Questa capacità continua a svilupparsi proporzionalmente con la crescita del bambino fino all’adolescenza.
A mio avviso quello che è di notevole interesse e meritevole di discussione, specie per chi opera in determinati settori (educazione, formazione, sociale, clinica), è il risultato di uno studio longitudinale che rivela che questa capacità di autoregolazione tra i 3 e gli 11 anni predice in parte le nostre capacità di vivere “con il gruppo” ed anche il nostro successo professionale in età adulta (non è poca roba).
E’ questo il motivo per cui il blog “autismo fuori dagli schemi” invita lettrici e lettori, in coerenza con il tempo in cui viviamo ed operiamo, ad affrontare la questione “sviluppo dell’autocontrollo” anche da un’altra prospettiva (non solo psicologica) ovvero: che cosa deve succedere nel cervello per sviluppare l’autocontrollo?
Grazie alle neuroimaging, oggi le neuroscienze ci mostrano che il cervello delle persone che “peccano di autocontrollo” è strutturalmente differente dal resto della popolazione specie per una iper-connettività in alcune aree corticali di super-convergenza (nello specifico: corteccia paraippocampale, giro orbito-frontale) ed una ipo-connettività in altre aree, sempre di super-convergenza o associative di terzo livello, (giro frontale inferiore e medio e tra queste arre e la corteccia cingolata posteriore).
Quello che dovrebbe suscitare interesse per molti addetti ai lavori (pediatri, psicologi evolutivi, educatori, pedagogisti, abilitatori) è riflettere sul fatto che intorno ai tre anni di età, epoca in cui la psicologia attraverso il test del marshmallow è già capace di prevedere lo sviluppo della capacità di autocontrollarsi, le strutture associative di terzo livello o aree corticali di super-convergenza non si sono ancora sviluppate (richiedono molti anni, almeno fino all’adolescenza).
Ed allora, che cosa accade nel cervello del cucciolo d’uomo da poter spiegare la differente risposta al test predittivo?
I dati ottenuti con le neuroimaging ci mostrano che l’insula anteriore oltre che le aree di convergenza o aree associative secondarie (sincronizzazioni temporo-occipitali con temporo-parietali ovvero astrazione di informazioni inerenti “cosa”, “dove”, “prima”, “dopo”) svolgono un ruolo primario quando iniziamo a stimare il valore della ricompensa in termini di tempo necessario per ottenerla.
E’ un tempo fortunato!
A patto che mostriamo interesse per la neurobiologia.
Stiamo apprendendo che il successo sociale dei nostri cuccioli può dipendere molto sia dallo stato di salute dei loro corpi (insula) sia dalla selezione esperienziale ovvero ciò che i loro corpi fanno, sin dal concepimento.
In effetti, la psicologia l’aveva osservato: per “generare Noi” bisogna “contenere Io”.
Le neuroscienze oggi ci mostrano come “cambiano i cervelli” per garantire lo sviluppo di quest’abilità.
Il compito del clinico (educatore, pedagogista, abilitatore, pediatra) è quello di favorire, e non di ostacolare, questi “cambiamenti cerebrali”.
