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NON E’ INTELLIGENTE CHI MISURA L’INTELLIGENZA

Nel mio ultimo libro, HOMO DOCENS, ho scritto che per comprendere meglio “chi sono” è necessario detronizzare l’uomo (distanziarsi dall’antropocentrismo e antropomorfismo) e considerare il cervello un organo altamente specializzato (come ogni altro organo) ma non speciale rispetto al resto dell’organismo.

Anche per comprendere meglio la genesi dei “comportamenti atipici” nei bambini con disturbo dello spettro autistico è necessario non partire da noi stessi per trarre conclusione sugli altri e, allo stesso tempo, consiglio di prendere le distanze sia dal comportamentismo sia da alcuni termini tra cui “intelligenza”.

Viviamo ed operiamo in un tempo ove il cervello non può più essere visto come una “scatola nera” che risponde ad uno stimolo con una reazione.

Viviamo ed operiamo in un’epoca ove abbiamo appreso che il topo impara a premere un pulsante per ottenere del cibo e, allo stesso tempo, possiamo anche vedere cosa accade nel cervello di quel topo (in termine di connettoma) quando impara ad usare l’interruttore (ed allora, perché continuare a restare comportamentisti e non interessarci dell’organizzazione neurologica).

Viviamo ed operiamo in un tempo ove la biologia evolutiva ci ha abbondantemente mostrato che il termine intelligenza è fuorviante perché l’intelligenza è sempre ciò che si misura con un “test di intelligenza” ovvero che dipende da ciò che riteneva importante chi ha ideato quel test (vale a dire, sempre un essere umano con la sua organizzazione neurologica o antropomorfismo).

Per questo motivo i biologi evolutivi preferiscono usare il termine “capacità cognitive dell’organismo”.

Con un piccolo sforzo, proviamo a comprendere meglio questo concetto.

Nel finire dello scorso secolo furono ideati molti test finalizzati a misurare la capacità delle varie specie viventi, ed anche dei nostri bambini nel corso del loro sviluppo, di leggere la “mente” altrui.

Mentre l’opinione pubblica è stata ampiamente condizionata (lo è tuttora) dal test di Anne e Sally, pochi conoscono che, in uno studio del 2000 da parte del professor Brian Hare, modificando il contesto ovvero creando una situazione ecologicamente rilevante (una situazione di vita reale e non di laboratorio) la capacità di due scimpanzè di leggere la “mente” altrui si modificava totalmente.

Nello studio di Hare un individuo dominante ed uno remissivo stavano seduti uno di fronte all’altro. Tra loro c’erano due banane, disposte in modo che lo scimpanzè remissivo potesse vederle entrambe, mentre quello dominante ne vedeva una sola perché l’altra era nascosta da una barriera. L’individuo gerarchicamente inferiore aveva quindi un leggero vantaggio. Avrebbe scelto la banana nascosta allo scimpanzè dominante? Assolutamente si.

 E cosa accadeva se invece quello stesso individuo si trovava di fronte un altro scimpanzè il cui posto nella gerarchia era inferiore al suo? In questo caso, essendo ora l’individuo dominante, lo scimpanzè cambiava strategia e sceglieva prima la banana che poteva vedere anche il suo compagno, appropriandosi in tal modo di entrambe le banane.

Dimostrava che gli scimpanzè sanno cosa possono vedere gli altri.

Esperimenti successivi dimostrarono che capiscono anche, che vedere porta a conoscere (M.Tomasello, esperimento “scacchi degli scimpanzè”).

L’IMPORTANTE, ANCHE PER QUESTO ESPERIMENTO, E’ CHE IL MOTIVO DELLA COMPETIZIONE FOSSE UNA RISORSA ALIMENTARE (contesto o situazione ecologicamente rilevante).

E’ un passaggio importante.

Se vogliamo conoscere le capacità cognitive dell’esaminato è necessario capire il suo stile di vita.

 A livello ideale dovremmo presentare un problema che l’individuo esaminato, chiunque sia, affronta anche nella sua quotidianità. Solo così rendiamo l’esperimento ecologicamente rilevante.

E’ per questo motivo che, nel campo dei disordini della fase sensori-motoria del neurosviluppo ovvero quando ci prendiamo cura di bambini con autismo, ancora una volta i genitori risultano più abilitati del tecnico anche nel tentativo di misurare.

Ricordiamolo, ogni organismo sviluppa le capacità che gli servono per sopravvivere nella propria nicchia ecologica utilizzando l’organizzazione del proprio sistema nervoso.

Per aiutarlo a sviluppare maggiori capacità non bisogna “misurare la sua intelligenza” con test fuori da ogni contesto ecologico ma migliorarne l’organizzazione neurologica.

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