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LA MEMORIA ANEURALE

Grazie alle neuroscienze da poco piu’di un secolo abbiamo chiara l’idea che memoria e apprendimento sono abilita’ che posseggono gli organismi dotati di un sistema nervoso, quale conseguenza della plasticita’ sinaptica. In questo tempo, infatti, ci è stato abbondantemente mostrato che le connessioni tra gruppi di cellule nervose, simultaneamente attive durante un’esperienza, si rafforzano in reti che resteranno attive anche dopo che l’esperienza è passata, perpetuandosi sotto forma di ricordo.Ma davvero l’intera storia riguardante la memoria possiamo “ridurla”ad una questione di neuroni e reti neurali o di connettoma? Potrebbe essere che la semantica (cosa significa realmente memoria) ci condiziona e non ci invita a riflettere? In Homo Docens ho scritto che per conoscere meglio “Chi sono” non solo bisogna decentralizzare l’uomo dal resto del creato ma bisogna anche considerare il cervello un “organo specializzato ma non speciale”. Per prima casa, è bene considerare che la parola memoria è carica di significati, imprecisa e, allo stesso tempo, definita in vari modi dalle diverse discipline.Di certo per un biologo e per un informatico il termine memoria ha significato differente. Tale differenza si accentua ulteriormente all’interno della psicologia. Con tale premessa, il lettore intuisce che non puo’ non suscitare interesse scientifico un nuovo filone della ricerca biologia che si è posto come obiettivo quello di provare a comprendere cosa possa realmente significare “sapere” per una singola cellula, ovvero la capacita’ di apprendere e di ricordare sia in creature unicellulari sia in cellule umane non neuronali. In altri termini, di recente si registra un incremento di ricercatori che indagano scrupolosamente sulla “memoria aneurale” ovvero senza il cervello. Fino a qualche anno fa l’opinione diffusa sul comportamento unicellulare era che questi organismi fossero guidati da risposte automatiche a fattori esogeni quali la luce, i gradienti chimici, la gravita’ ecc. Di recente si è visto che un organismo unicellulare puo’ intensificare la propria risposta in un breve arco di tempo, a testimonianza che è capace di “integrare l’esperienza precedente nelle proprie azioni”. In altri termini, un organismo monocellulare può ricordare! Ma, se un meccanismo intracellulare per la memoria esiste in organismi unicellulari privi di neuroni allora, è possibile che ne abbiamo ereditato una forma? E quali potrebbero essere I vantaggi di possedere tale proprietà biologica? E’ un cambio di paradigma, specie all’interno delle scienze cognitive, molto interessante. Potrebbe anche rappresentare l’inizio di una “rivoluzione scientifica” che, prima ancora di dare una risposta al “chi sono“, potrebbe provare a farci dare una risposta al “che cosa una cellula sa di se stessa“ la biologia evolutiva ci ha mostrato che tutte le cellule eucariotiche, comprese le nostre, hanno preso origine da un antenato che viveva in modo autonomo. Se provassimo per un istante a spostare la prospettiva dall’essere “agente introspettivo” ad essere “una delle tante cellule che vivono nell’oscurita’ calda di un corpo multicellulare” che, grazie alla complessa organizzazione del suo cervello, gode anche di soggettivita’, cio’ che definiamo esperienza non sarebbe altro che sequenze di composti chimici ( ormoni, ioni, nutrienti, proteine, molecole di segnalazione provenienti da cellule vicine) distanziate nel tempo (EFFETTO DI SPAZIATURA).Sappiamo molto bene che queste sostanze influenzano la cellula in diversi modi innescando cambiamenti molecolari (DNA) con ritmi differenti (EPIGENETICA). Tutto questo condiziona il modo della cellula di rispondere a nuovi segnali. In effetti, senza questa capacita’ di apprendere da parte delle cellule, non solo dei neuroni, non potremmo mai essere quello che siamo : “risposta incarnata al cambiamento”. Da una prospettiva biologica non c’è alcuna distinzione tra la memoria, chi memorizza e l’atto di ricordare. Per la cellula è tutto la stessa cosa. A patto che ci sia lo stimolo ed il richiamo (effetto di spaziatura). Da una prospettiva psicologica, l’effetto di spaziatura e’ la capacita’ di ricordare, ad esempio, sequenze di sillabe quando intervalliamo le sessioni di memorizzazione, invece di studiare tutto in una volta. E’ su questa caratteristica della memoria che i biologi si stanno concentrando e stanno conducendo importanti studi per comprendere se la memoria è una caratteristica proprietà delle cellule nervose oppure di tutte le cellule. Di recente, gruppi di ricerca (Kukushkin e altri) hanno iniziato a coltivare in isolamento cellule renali umane e cellule nervose immature, hanno poi misurato le risposte interne di queste cellule agli stimoli chimici usando quale indicatore di memoria una sequenza di DNA il cui prodotto e’ un elemento di risposta all’AMP ciclico (facendo produrre proteina fluorescente). Esponendo le cellule a scariche di composti chimici temporizzati con precisione si è scoperto che sia le cellule nervose sia quelle renali erano in grado di riconoscere accuratamente i pattern specifici. Non ci sono dubbi, anche le cellule non nervose possono contare e rilevare pattern. Esse ricordano uno stimolo piu’a lungo quando viene somministrato ad intervalli distanziati. Di tutto questo, chi si occupa di comportamento non potra’non tenerne conto.

P. S .Anche se superfluo, voglio precisare che non e’ mia intenzione mortificare il cervello. D’altronde, da neurofisiopatologo considero una grande fortuna l’aver trascorso gran parte della mia vita a studiarlo. E’mio desiderio, in tale contesto, voler ricordare alle lettrici e lettori del blog “autismo fuori dagli schemi” che da una prospettiva Biologica Evolutiva non ci è consentito comprendere cosa realmente fanno i nostri cervelli senza aver compreso cosa fanno il resto delle cellule che ospitano “quel cervello”. Poi, su quanto possa essere affascinante lo studio del cervello possiamo gia’ gustarlo leggendo a giorni il prossimo articolo: Il ruolo centrale del sonno nello sviluppo della clinica dei disordini del neurosviluppo.

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