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LA SCUOLA DEL FUTURO

                                                                 

Questa breve lettura non tratta di “questioni scolastiche” che nelle ultime settimane hanno acceso una grossa discussione nel nostro paese ma, prendendo spunto da un articolo del professor Alberto Oliverio pubblicato su Mind n. 261 settembre 2026, vuole sottolineare che, all’inizio del terzo millennio, se si vuole “proteggere” il ruolo della scuola è importantissimo conoscere i vincoli biologici del processo di apprendimento umano.

Nel suo articolo il professor Oliverio parte da un punto preciso: la scuola, oggi, non può limitarsi ad “usare” l’IA ma deve imparare a comprenderla per poterla governare.

Pertanto, la questione non ruota intorno al quesito se adottare o meno questa tecnologia, ma come evitare che “l’uso” diventi qualcosa che altera i processi cognitivi dei più giovani (usare uno strumento significa modificare la rete neurale; come uso uno strumento significa come modifico la mia rete neurale ovvero il mio “essere cognitivo”).

Nel tentativo di fare chiarezza su tale questione, come usare IA, il professor Oliverio ci invita non solo ad occuparci di come lavora l’IA ma, soprattutto, ad impegnarci nello studio per migliorare le nostre conoscenze sul come apprende il “cucciolo d’uomo” (apprendimento che, progressivamente, lo condurrà a diventare membro non più assistito ma rappresentativo del suo gruppo, ovvero uomo adulto).

Inoltre, il professor Oliverio ci indica che non possiamo progredire in questa conoscenza se continuiamo ad affrontare la questione da una prospettiva cognitivista (quanto è complessa la “macchina cervello”, quanto è complessa l’IA).

E’ necessario affrontare la questione da una prospettiva BIO-EVO.

Infatti, il professor Oliverio ci esorta a considerare anzitutto un aspetto molto trascurato che riguarda il ruolo del corpo e della concretezza delle esperienze per lo “sviluppo del cognitivo”.

L’IA è una tecnologia “disincarnata”.

Essa lavora per tesi, dati, modelli simbolici.

L’apprendimento umano (il cucciolo d’uomo diventa uomo e l’educazione e la formazione svolgono ruoli primari in questo processo), invece, nasce dall’esperienza fisica: toccare, muoversi, cadere e rialzarsi, esplorare lo spazio, annusare e assaggiare.

Con estrema sapienza e competenza, il professor Oliverio nel suo articolo ci ricorda che prima di essere linguaggio il pensiero è gesto.

 E’ movimento.

 E’ azione!

Questo significa che il cognitivo si costruisce attraverso l’azione concreta, non malgrado essa (rottura definitiva con il vecchio cognitivismo che ancora prevale all’interno della pedagogia).

Nessun cucciolo d’uomo è diventato l’uomo che è diventato imparando dalle risposte ma attraverso azioni (afferrare, coordinarsi, orientarsi).

 Infatti, le moderne neuroscienze ci mostrano come attraverso questa intensa attività sensori-motoria si generano le basi per lo sviluppo della percezione, della memoria, della stessa relazione.

Per tutto questo, per il professor Oliverio è bene considerare sempre che, mentre l’IA tende a colmare ogni vuoto con una soluzione immediata e plausibile, il “corpo” introduce resistenza (fatica, errore, tempo).

Ma, il pensiero si sviluppa da questa resistenza del corpo.

L’esempio fatto dal professore è quello di un bambino che impara a scrivere a mano, egli non sta solo acquisendo una competenza tecnica, sta costruendo una relazione tra intenzione ed azione, tra idea e forma (aggiungo: tra neurostato e psicostato).

E’ per tutto questo che il professor Oliverio suggerisce che, la scuola del futuro non è chiamata a formare semplici utenti digitali competenti ma cittadini capaci di riconoscere le strutture culturali e politiche che permeano la tecnologia, e soprattutto di non delegare il proprio giudizio a ciascuna macchina.

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