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L’ERRORE DI CARTESIO DOPO TRENT’ANNI: COSA E’ CAMBIATO?

                             

Quando incontrai per la prima volta il dottor Carl Delacato, con la sua famiglia e la sua equipe, la mia formazione (neurofisiopatologo), ovvero una parte dei miei circuiti cerebrali, furono di sicuro una importante concausa dell’interesse che iniziavo a manifestare nei confronti delle sue teorie sull’autismo.

Certamente un’altra concausa fu “quando”,1992, avvenne quell’incontro.

 Infatti, in quegli anni, non prima, le librerie abbondavano di testi pubblicati da premi nobel (Rita Levi Montalcini, G. Edelman, E. Kandel ) e da tanti illustri neuroscienziati (Changeux, …., ecc) che, studiandoli, mi fornivano le conoscenze per rompere definitivamente con il comportamentismo (non essendo più il cervello una scatola nera non era più giustificabile fare diagnosi ricorrendo ad “etichette”) ed a non fidarmi del cognitivismo dell’epoca (riduceva molte problematiche cliniche dell’età evolutiva ad un “ritardo mentale”).

Di sicuro, uno degli autori che più mi ha aiutato in questo mio “cammino” è stato Antonio Damasio che, trent’anni orsono, precisamente nel 1995 in Italia, pubblicò, con Adelphi, L’Errore di Cartesio.

Il lavoro di Damasio prese spunto da un fatto di cronaca (incidente sul lavoro) accorso anni prima ad un minatore: Phineas Gage.

Mentre stava lavorando, una barra metallica penetra nella guancia sinistra di Gage, forando la base della scatola cranica e, attraversando la parte frontale del cervello, uscì velocissima dalla sommità della testa per cadere, impiastricciata di sangue e di tessuto cerebrale, ad una trentina di metri di distanza.

 Phineas Gage, scagliato a terra, giaceva stordito, muto, ma sveglio.

Soccorso e curato, dal dottor Harlow, Phineas Gage verrà dichiarato guarito nel giro di meno di due mesi. Tuttavia, come scrive chi lo curò, quest’esito “miracoloso” impallidisce al confronto con la straordinaria svolta che la sua personalità aveva subito. Infatti, il suo carattere (da mite e collaborativo era diventato bizzarro, insolente, capace a volte delle più grossolane imprecazioni, poco riguardoso nei confronti dei compagni), i suoi gusti (linguaggio osceno e degradato), i suoi sogni, le sue aspirazioni (non perseguiva più con tenacia i programmi d’azione) in pochissimo tempo cambiarono radicalmente al punto che chi lo aveva curato scrisse:” il corpo di Gage può essere ben vivo e vegeto, ma c’è un nuovo spirito che lo anima”.

Antonio Damasio, anni dopo, decide di rivalutare l’intera storia clinica con l’obiettivo di definire “biologicamente” il “nuovo spirito” che animava il corpo di Gage.

Oggi (2026), qualcuno di noi (di sicuro non tutti) avrebbe scritto che il corpo di Gage, subito dopo l’incidente, pur vivo e vegeto era cambiato perché il cervello che è parte di quel corpo era anatomicamente e, dunque, funzionalmente cambiato. Ma, in quegli anni (prima degli anni novanta del secolo scorso), non era opinione comune che qualcosa nel cervello avesse a che fare specificamente con proprietà peculiarmente umane, tra cui la capacità di anticipare il futuro e di pianificare in accordo con tale anticipazione, all’interno di un ambiente sociale complesso, il senso di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri (come spunto riflessivo trovo interessante ricordare alle lettrici e lettori che in quegli anni, per quanto state leggendo, i soggetti autistici venivano considerati psicotici per cui chi osava affrontare la questione da una prospettiva “cerebrale”, ad esempio il dottor Delacato, veniva deriso e definito “non professionista”).

Antonio Damasio, grazie ai suoi studi, rivaluta il caso di Phineas Gage e conclude che “la mente è il risultato dell’attività di sistemi formati da diverse unità cerebrali (oggi diciamo reti locali) interconnesse e dall’attività concertata dei sistemi multipli (oggi diciamo reti diffuse o reti integrate) costituiti dai componenti separati”.

In altri termini, sempre usando quanto scrive Damasio: “Il cervello, fondamentale per possedere una mente, è un supersistema di sistemi (super-rete di reti). Ognuno di questi è composto da una elaborata interconnessione di regioni corticali e nuclei subcorticali, piccoli ma macroscopici, che sono fatti di microscopici circuiti locali, i quali sono tutti fatti di neuroni, i quali sono tutti interconnessi mediante sinapsi”.

Pertanto, sempre facendo riferimento a quanto, trent’anni fa, scriveva Damasio: “La distinzione tra malattie del cervello e della mente, tra disturbi neurologici e disturbi psicologici o psichiatrici, è una malaugurata eredità culturale che permea la società e la medicina: esse riflette un’ignoranza radicale della relazione tra cervello e mente”.

Chiedo scusa a molte lettrici e lettori se dovessero pensare, leggendo questo articolo, che il dottor Parisi, invecchiando, sta diventando nostalgico o “ancorato” al suo passato.

Il mio obiettivo è far riflettere sul fatto che, per molti, questi trent’anni di costanti progressi nel campo delle neuroscienze, in realtà, non ci sono stati perché poco è cambiato!

Infatti, nel suo libro L’errore di Cartesio (1995), Damasio scrive che, in merito all’Organizzazione dei nostri cervelli o, come lui definisce, “livelli di architettura neurale” (neuroni, circuiti locali, nuclei subcorticali, regioni corticali, sistemi, sistemi di sistemi), il problema da risolvere, per migliorare nella comprensione clinica e nella diagnosi, sta nei test psicologici che somministriamo, inutili e fuorvianti.

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