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L’ERRORE DI CARTESIO DOPO TRENT’ANNI: COSA E’ CAMBIATO? (seconda parte)

                

Nella prima parte di questo articolo ho preso spunto da una “vicenda autobiografica” (l’incontro con il dottor C. Delacato, la mia formazione di neurofisiopatologo, il contesto ove avvenne l’incontro, ovvero in un tempo ricco di pubblicazioni sul funzionamento dei nostri cervelli) per porgere alle lettrici ed ai lettori un invito a riflettere sul fatto che, anche negli ultimi trent’anni, le “neuroscienze” e le “proposte terapeutiche per i bambini autistici” non stanno facendo un percorso parallelo (ricordo che, fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la proposta terapeutica principale era “addirittura” il trattamento psicoanalitico per la mamma).

 Inoltre, avverto la necessità di riflettere sul perché sia accaduto tutto questo. Considerando che “alcuni tecnici”, tra cui C. Delacato, avevano tracciato delle strade diverse da percorrere, ancor prima delle conoscenze ottenute dalla ricerca scientifica (appare ovvio affermare che quest’ultima necessita di tempo in quanto richiede il supporto tecnologico).

Ancora una volta, avverto il bisogno di partire da uno spunto autobiografico.

Quando incontrai il dottor C. Delacato, quando ebbi l’opportunità di “partecipare alle sue consulenze, quando poi potetti discutere con lui sui casi clinici osservati, l’iper o ipo-sensorialità, entro cui andavano “ricondotti” tutti i segni e sintomi di quei “sconvolgenti quadri clinici”, non era considerata, da Delacato, secondaria ad un danno focale del Sistema Nervoso di quei piccoli pazienti (come tecnici disinformati all’epoca pensavano).

 Per il dottor Delacato, l’ipo o iper-sensorialità era “causa e conseguenza” di un più o meno severo “disordine dell’Organizzazione Neurologica” di quei cuccioli d’uomo. Concetto che, in maniera molto chiara, aveva pubblicato nei suoi testi e, in special modo, nel libro “Alla scoperta del bambino autistico” pubblicato da Armando Editore in Italia nel 1974 (il mio primo libro letto a proposito di autismo).

Ecco il motivo per cui ho fatto riferimento ad Antonio Damasio e a quanto scrive, nel 1995, nel suo libro L’Errore di Cartesio: “il cervello, fondamentale per possedere una mente, è un super sistema di sistemi. Ognuno di questi è composto da una elaborata interconnessione di regioni corticali e nuclei subcorticali, piccoli ma macroscopici, che sono fatti di microscopici circuiti locali, i quali sono fatti di neuroni, i quali sono tutti interconnessi mediante sinapsi (livelli di architetture neurale)”.

In verità, ancor prima di A. Damasio, nel 1983 era stato pubblicato un importantissimo saggio di Jean-Pierre Changeux, L’uomo neuronale, che poneva l’Organizzazione Neurologica al centro dello studio per la comprensione del comportamento umano.

J-P. Changeux parte da una considerazione clinica consolidata già all’epoca: “la lesione localizzata di un settore cerebrale particolare non porta mai alla perdita completa di funzione. La localizzazione di una lesione non può identificarsi con quella di una funzione. Pertanto, più un processo è complesso e volontario, più mette in moto molteplici territori cerebrali. Una lesione corticale disorganizzerà una sequenza ordinata di processi fisiologici, anziché distruggere uno dei centri corticali”.

Per J-P Changeux, “l’uomo agisce sul suo ambiente e comunica con i suoi simili con il movimento delle labbra, degli occhi, delle mani, con un insieme di azioni motrici cui si dà in generale il nome di condotta o di comportamento”. Ma, scrive nel 1983 nel suo saggio L’uomo neuronale, lo sviluppo delle neuroscienze ci impongono di non poter più trascurare cosa fanno i neuroni nella scatola nera. Questo perché nessuno, ad oggi (1983), può negare che “qualsiasi comportamento” mobilita insiemi definiti di cellule nervose ed è al loro livello che va cercata la spiegazione delle condotte e dei comportamenti. In altri termini, sempre quanto scrive nel 1983 Changeux: l’apprendimento del mondo esterno e la risposta prodotta dipendono dall’Organizzazione del Sistema Nervoso.

Ed aggiunge (pag. 138, sesta edizione Feltrinelli 1998): “non c’è trasmettitore della collera o del piacere così come non esiste centro unico. Allora, l’organizzazione neurologica basterebbe a tutto? Si!”

Qualcuno che legge potrebbe chiedersi: perché, di fronte a tali conquiste delle neuroscienze, sono dovuti trascorrere circa quarant’anni per iniziare a parlare di “neurosviluppo” e perché, ancora oggi, le terapie proposte vanno sul versante educativo e comportamentale, e non sul concetto di organizzazione cerebrale’

Ne discutiamo tra qualche giorno.

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