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L’ERRORE DI CARTESIO TRENT’ANNI DOPO: COSA E’ CAMBIATO? (quinta parte)

      

Attraverso la lettura di questa “storia” prendiamo atto che già negli ultimi decenni del secolo scorso all’interno della comunità delle neuroscienze il cervello veniva considerato un “sistema integrato” che necessitava di “sviluppo” nel corso della vita.

Inoltre, stiamo apprendendo che per molti ricercatori era anche chiaro che tale “sviluppo” non fosse già programmato dalla nascita per cui l’epigenetica era destinata, come è accaduto, ad assumere un ruolo fondamentale.

Infatti, abbiamo letto che il professor Edelman aveva sapientemente intuito che lo sviluppo del cervello era regolato dalla selezione (di sicuro il suo pregresso interesse per l’immunologia l’aveva aiutato).

Dunque, per il professor Edelman il cervello è un sistema selettivo che opera nell’arco della vita dell’individuo (1989).

La sua teoria, come abbiamo letto nella quarta parte, si fondava su tre principi: 1) “lo sviluppo dei circuiti neuronali nel cervello produce un’enorme variazione anatomica microscopica che è la conseguenza di un processo di selezione continua. Persino nel feto, i neuroni che scaricano insieme si cablano insieme” 2) “quando il repertorio di circuiti anatomici che si formano riceve segnali provocati da quello che l’animale fa o esperienza ha luogo anche un altro insieme di eventi selettivi che cablano quel cervello (selezione esperienziale)” 3) “il sistema talamo-corticale, grazie alle sue fibre rientranti, garantisce la scarica sincronizzata di gruppi neuronali in particolari circuiti ovvero la coordinazione nel tempo e nello spazio, senza alcuna necessità di un modulo che fa da direttore d’orchestra”.

Il professor Edelman non solo ci fornisce informazioni preziose per migliorare le nostre conoscenze sulla “nostra natura” ma indirizza i tecnici che dovevano prendersi cura delle “problematiche mentali”, tra cui ci sarebbe dovuto essere anche l’autismo.

Infatti, ci invita nei suoi scritti “a prendere le distanze dai behavioristi in quanto studiano il comportamento ignorando il cervello”. Allo stesso tempo, sempre attraverso quanto scrive, “ci invita a diffidare da molti psicologi, anche non behavioristi, i quali nonostante si dichiarano non dualisti di sostanza (errore di Cartesio) e, dunque, ammettono che la mente e il cervello sono emersi da un’unica sostanza, poi affermano in modo risoluto che occorre trattare le caratteristiche psicologiche esclusivamente in termini loro appropriati, che necessariamente differiscono da quelli usati per lo studio dei corpi”.

Ad una precisa domanda rivoltagli, si può fare di meglio per riportare la mente nella natura che la semplice ammissione che Cartesio aveva creato un falso dualismo di sostanza, il professor Edelman risponde: “si può fare di meglio, ma non se si ipotizza, come oggi fanno alcuni studiosi del cognitivismo, che l’anatomia e la fisiologia del cervello siano temi secondari per l’impresa, e non fondamentali” (Sulla materia della mente 1992).

Eppure, in quegli stessi anni, la storia dell’autismo stava prendendo tutt’altra direzione o, forse, non si ebbe il coraggio di far cambiare la direzione che sin dal 1943 (anno in cui Leo Kanner aveva diagnosticato per la prima volta l’autismo infantile precoce) aveva intrapreso.

Infatti, sin dalla prima descrizione clinica e per circa quattro decenni, i tecnici del settore (ad eccezione di pochi quali Rimland, Delacato, Glen Doman) avevano considerato l’autismo secondario a fattori interpersonali psicodinamici (disturbo innato del contatto affettivo) ove non venivano mai considerate le cause biologiche e, soprattutto, fatta eccezione per i pochi menzionati tra la parentesi sopra, nessun operatore pensava che bisognava focalizzarsi sul cervello di questi bambini.

Appare ovvio che, se questa era considerata la causa non potevano esserci cure da proporre per questi bambini (la maggior parte di loro, almeno in Italia, se diagnosticati, diventati adulti, venivano “ricoverati a tempo pieno” in istituti psico-pedagogici).

Appare altrettanto ovvio che, con il passare degli anni, mentre una piccolissima parte di loro iniziava ad esperire programmi abilitativi basati sul nascente concetto di Organizzazione Neurologica, molti tecnici iniziarono a proporre proposte terapeutiche che prescindevano da qualsiasi approccio biologico.

Tra queste proposte trovavano sempre più consenso, tra i tecnici del settore, le terapie educative.

Ad esempio, negli anni sessanta negli USA mentre a Filadelfia il dottor C. H. Delacato si affidava all’anatomia e fisiologia del sistema nervoso e faceva riferimento alla biologia evolutiva per dare un significato “biologico” ai sintomi dei bambini autistici, nella Carolina del Nord il dottor Eric Schopler metteva a punto un programma educativo e d’intervento globale per favorire il raggiungimento delle autonomie personali in questi bambini (metodologia TEACCH) che, in pochi anni, anche se radicalmente riadattato per problematiche organizzative (differenza enorme tra l’organizzazione scolastica statunitense e quella italiana) trovava ampio consenso tra i tecnici del settore italiani (neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori)

Qualche anno dopo, nel nostro paese, l’approccio educativo trovava ancora più consenso grazie ad un neurolinguista belga, Theo Peeters.

Nel frattempo, anche la ricerca sperimentale stava facendo il suo percorso.

Ci sono due studi di psicologia sperimentale, riportati in due differenti testi che in quegli anni studiavo, che non potevano non destare la mia curiosità scientifica e, dunque, il mio interesse e che, meglio di ogni altra argomentazione, possono spiegare come, ahimè, sono andate le cose.

Non resta che pazientare ancora qualche giorno ed analizzeremo insieme come era destinata ad andare questa “storia”.

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