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L’ ERRORE DI CARTESIO TRENT’ANNI DOPO: COSA E’ CAMBIATO (sesta parte)

                   

                    

Mentre mi accingo a scrivere questa sesta parte nasce in me una domanda: di questa lunga conversazione, che da giorni sto avendo con le lettrici ed i lettori del blog “autismo fuori dagli schemi”, qual’ è il reale obiettivo?
Devo confessare che sono rimasto un po’ disorientato, almeno fino a quando non ho avvertito ancora più forte il dovere, da neurofisiopatologo, di sottolineare che una serie di idee del tutto superate sul corpo, sul cervello e sulla mente continuano ad influenzare il modo in cui continuiamo a prestare le nostre cure a tantissimi cuccioli d’uomo con disordine del neuro-sviluppo.
Devo confessare che, quotidianamente, mentre svolgo la mia professione, faccio sempre più fatica a controllare le mie reazioni di fronte a tecnici che definiscono l’autismo una problematica “biologica” e, allo stesso tempo, affrontano la questione senza la minima conoscenza di neuroanatomia e di neurofisiologia.
Non possono esserci alibi, dopo trent’anni di studi e ricerche in ambito neurologico nessuno può definirsi non dualista senza studiare la “mente” partendo dalla neurobiologia (per questo l’errore di Cartesio è il titolo dato all’articolo).
Anche le lettrici ed i lettori non possono avere alibi, se dovessero scegliere di prendersi cura di bambini con disordine del neuro-sviluppo nulla può essere compreso dei quadri clinici di questi “cuccioli” se non in termini di anatomia e fisiologia del sistema nervoso.
Questo perché, da più di trent’anni, grazie alle neuroscienze abbiamo avuto l’opportunità di venire a sapere che le nostre abilità, anche quelle che specificano l’essere umano (linguaggio verbale, relazione), sono mappate nei nostri cervelli. Inoltre, le neuroscienze ci hanno fatto conoscere che tale mappatura richiede un processo di selezione delle mappe, già in fase fetale. Tale selezione, dopo la nascita, esploderà sotto la guida dell’esperienza (selezione esperienziale).
L’educazione, la formazione, la stessa socializzazione, altro non sono che esperienze che selezioneranno le mappe o circuiti garantendo gli apprendimenti ed i comportamenti adattivi.
Non è più il tempo ove si dovevano cercare conferme scientifiche a tutto questo.
Trent’anni orsono, A. Damasio (L’errore di Cartesio), come abbondantemente letto in questa lunga “storia”, dimostrò che lesioni in alcune “mappe neuronali” comportavano la perdita di ciò che i loro cervelli avevano acquisito attraverso l’educazione e la socializzazione.
Il desiderio di conoscere è inarrestabile.
Da allora, le neuroscienze hanno compiuto ulteriori progressi nelle conoscenze; ora sono concentrate sulle modifiche intracellulari che consentono all’educazione e alla socializzazione di sincronizzarsi in mappe; in altri termini, ci stanno facendo conoscere anche, come l’educazione e la formazione modificano la biochimica dei nostri neuroni.
C’è un altro aspetto non irrilevante.
In questi ultimi trent’anni, le neuroscienze hanno capito che, prima ancora di accedere all’educazione ed alla socializzazione, il cucciolo d’uomo deve apprendere ad auto-riconoscersi (M. TOMASELLO).
Il corpo, proprietario del cervello, prima di poter “mappare i circuiti dell’educazione” deve “mappare se stesso” nel suo cervello.
Senza auto-riconoscimento ovvero senza un’idonea mappatura di quel corpo o “IO” non può esserci un apprendimento del “TU” (mappa neuronale) e non ci sarà un “NOI” (mappa neuronale).
Senza auto-riconoscimento l’educazione, la formazione e la socializzazione non daranno “mappe competitive”.
E’ come se volessimo “educare e formare” un ragazzo a diventare un bravo calciatore senza interessarci prima se: “corre bene o è goffo”, ha un buon tono muscolare o non sa regolare la forza, conosce il suo corpo e, dunque, sa usarlo per afferrare la palla o calciarla con la giusta forza oppure ancora non è capace, sa attendere o corre sempre dietro la palla.
E, allora, perché per l’autismo, rispetto ad altre “patologie mentali” sì registra un ritardo di almeno trent’anni?
In altri termini, perché per l’autismo, pur riconoscendolo come un quadro clinico secondario ad una disfunzione del sistema nervoso centrale ancora ad oggi nessun tecnico “tenta” di spiegare i sintomi ed i segni clinici in relazione a quali mappe neuronali sono coinvolte primariamente?
D’altronde, il compito delle terapie dovrebbe essere quello di, grazie alla plasticità neuronale, favorire le integrazioni tra circuiti neuronali (l’hanno detto Damasio, Changeux, Edelman, e tanti altri illustri neuroscienziati che non ho citato i loro scritti per una questione di tempo, prima ancora di chi sta scrivendo) attraverso l’esperienza o esercizio abilitativo.

Mentre mi accingo a scrivere questa sesta parte nasce in me una domanda: di questa lunga conversazione, che da giorni sto avendo con le lettrici ed i lettori del blog “autismo fuori dagli schemi”, qual’ è il reale obiettivo?

Devo confessare che sono rimasto un po’ disorientato, almeno fino a quando non ho avvertito ancora più forte il dovere, da neurofisiopatologo, di sottolineare che una serie di idee del tutto superate sul corpo, sul cervello e sulla mente continuano ad influenzare il modo in cui continuiamo a prestare le nostre cure a tantissimi cuccioli d’uomo con disordine del neuro-sviluppo.

Devo confessare che, quotidianamente, mentre svolgo la mia professione, faccio sempre più fatica a controllare le mie reazioni di fronte a tecnici che definiscono l’autismo una problematica “biologica” e, allo stesso tempo, affrontano la questione senza la minima conoscenza di neuroanatomia e di neurofisiologia.

Non possono esserci alibi, dopo trent’anni di studi e ricerche in ambito neurologico nessuno può definirsi non dualista senza studiare la “mente” partendo dalla neurobiologia (per questo l’errore di Cartesio è il titolo dato all’articolo).

Anche le lettrici ed i lettori non possono avere alibi, se dovessero scegliere di prendersi cura di bambini con disordine del neuro-sviluppo nulla può essere compreso dei quadri clinici di questi “cuccioli” se non in termini di anatomia e fisiologia del sistema nervoso.

Questo perché, da più di trent’anni, grazie alle neuroscienze abbiamo avuto l’opportunità di venire a sapere che le nostre abilità, anche quelle che specificano l’essere umano (linguaggio verbale, relazione), sono mappate nei nostri cervelli. Inoltre, le neuroscienze ci hanno fatto conoscere che tale mappatura richiede un processo di selezione delle mappe, già in fase fetale. Tale selezione, dopo la nascita, esploderà sotto la guida dell’esperienza (selezione esperienziale).

 L’educazione, la formazione, la stessa socializzazione, altro non sono che esperienze che selezioneranno le mappe o circuiti garantendo gli apprendimenti ed i comportamenti adattivi.

Non è più il tempo ove si dovevano cercare conferme scientifiche a tutto questo.

Trent’anni orsono, A. Damasio (L’errore di Cartesio), come abbondantemente letto in questa lunga “storia”, dimostrò che lesioni in alcune “mappe neuronali” comportavano la perdita di ciò che i loro cervelli avevano acquisito attraverso l’educazione e la socializzazione.

Il desiderio di conoscere è inarrestabile.

Da allora, le neuroscienze hanno compiuto ulteriori progressi nelle conoscenze; ora sono concentrate sulle modifiche intracellulari che consentono all’educazione e alla socializzazione di sincronizzarsi in mappe; in altri termini, ci stanno facendo conoscere anche, come l’educazione e la formazione modificano la biochimica dei nostri neuroni.

C’è un altro aspetto non irrilevante.

In questi ultimi trent’anni, le neuroscienze hanno capito che, prima ancora di accedere all’educazione ed alla socializzazione, il cucciolo d’uomo deve apprendere ad auto-riconoscersi (M. TOMASELLO).

Il corpo, proprietario del cervello, prima di poter “mappare i circuiti dell’educazione” deve “mappare se stesso” nel suo cervello.

Senza auto-riconoscimento ovvero senza un’idonea mappatura di quel corpo o “IO” non può esserci un apprendimento del “TU” (mappa neuronale) e non ci sarà un “NOI” (mappa neuronale).

Senza auto-riconoscimento l’educazione, la formazione e la socializzazione non daranno “mappe competitive”.

E’ come se volessimo “educare e formare” un ragazzo a diventare un bravo calciatore senza interessarci prima se: “corre bene o è goffo”, ha un buon tono muscolare o non sa regolare la forza, conosce il suo corpo e, dunque, sa usarlo per afferrare la palla o calciarla con la giusta forza oppure ancora non è capace, sa attendere o corre sempre dietro la palla.

E, allora, perché per l’autismo, rispetto ad altre “patologie mentali” sì registra un ritardo di almeno trent’anni?

In altri termini, perché per l’autismo, pur riconoscendolo come un quadro clinico secondario ad una disfunzione del sistema nervoso centrale ancora ad oggi nessun tecnico “tenta” di spiegare i sintomi ed i segni clinici in relazione a quali mappe neuronali sono coinvolte primariamente?

D’altronde, il compito delle terapie dovrebbe essere quello di, grazie alla plasticità neuronale, favorire le integrazioni tra circuiti neuronali (l’hanno detto Damasio, Changeux, Edelman, e tanti altri illustri neuroscienziati che non ho citato i loro scritti per una questione di tempo, prima ancora di chi sta scrivendo) attraverso l’esperienza o esercizio abilitativo.

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