Nel 1983 la psicologia sperimentale (Perner e Wimmer) struttura un test (test della falsa credenza) con l’obiettivo di studiare lo sviluppo della capacità metarappresentazionale negli esseri umani.
In altri termini, una parte della psicologia sperimentale in quegli anni è interessata a misurare quando, a quale età nel corso della crescita, gli esseri umani iniziano a comprendere che esiste un soggettivo (quello che io vedo e conosco) ed un oggettivo (quello che l’altro, dalla sua posizione, vede e conosce).
La versione più famosa di questi studi è quella del test di Sally e Anne.
Ad un cucciolo d’uomo che sta per diventare bambino vengono presentati due personaggi, Sally ed Anne. Sally ha un cestino e mette una biglia al suo interno, poi esce dalla stanza. Mentre Sally è assente, Anne prende la biglia dal cestino di Sally e la nasconde nella propria scatola. Sally rientra e desidera giocare con la biglia. A questo punto, il ricercatore chiede all’esaminato: “dove Sally cercherà la biglia?”
Lo studio dimostrò che i cuccioli d’uomo, ovvero i nostri figli prima dei 3-4 anni, rispondono che Sally avrebbe cercato la biglia nella scatola di Anne. Invece verso i quattro anni, diventati bambini, rispondono che Sally avrebbe cercato la biglia nel cestino dove l’aveva posta prima di uscire dalla stanza.
In quegli anni, vicino Boston (Massachusetts, USA), precisamente presso l’Università di Cambridge, insegnava psicopatologia il professor Simon Baron-Cohen che pensò di sottoporre i bambini autistici di età superiore ai 4 anni al test della falsa credenza o test di Sally ed Anne.
Visti i risultati, fallimento al test da parte dei bambini autistici anche con età maggiore ai 4 anni, qualche anno dopo (1995), il professor Simon Baron-Cohen pubblica “L’autismo e la lettura della mente” per spiegare al pubblico che i bambini autistici soffrono di “cecità mentale”.
Con tale pubblicazione, il professor Simon Baron-Cohen orientò le proposte terapeutiche per l’autismo come, in tempi recenti (ultimi trent’anni), nessun’altra teoria sia riuscita a fare o, forse, come nessuna teoria nella storia dell’autismo (ottant’anni), fatta eccezione per la teoria della madre frigorifero di B. Bettelheim, abbia mai fatto.
Per il professor Simon Baron-Cohen gli esseri umani sono dotati, nei loro cervelli, di un modulo di “teoria della mente” o “TOMM” che non ci lascia scelta ovvero ci fa interpretare gli esseri umani proprio come li interpretiamo per cui non possiamo non essere lettori della mente altrui (1).
Probabilmente, chiarisce il professor Simon Baron-Cohen, nel corso dell’evoluzione, la comparsa di tale modulo è stato un importante fattore adattivo per lo sviluppo della “vita sociale” (Baron-Cohen scrive che la capacità di leggere la mente è un adattamento alla storia moderna dell’uomo, che è obbligato a calcolare il comportamento altrui, ed ha basi innate, biologiche, modulari).
In altri termini, per il professor Simon Baron-Cohen la lettura della mente è il miglior modo che si è evoluto per dare un senso alle azioni dell’altro.
Un po’ come il linguaggio, sempre per il professor Simon Baron Cohen, e per questo si chiede cosa sia venuto prima, il linguaggio o la lettura della mente, dimenticando che, già quando pubblicava questa teoria (1995) le neuroscienze avevano demolito ogni ipotesi sull’esistenza nei nostri cervelli di un modulo del linguaggio.
Dunque, per il professor Simon Baron-Cohen gli “autistici” sono “autistici” perché il loro TOMM è danneggiato e, pertanto, non possono non essere consapevoli delle cose fisiche ma ciechi delle cose mentali (2).
Per il professor Simon Baron-Cohen questo modulo (TOMM) entra in “funzione” verso i quattro anni (3) perché richiede il precedente funzionamento di altri moduli: il rilevatore della direzione dello sguardo o EED, il meccanismo dell’azione condivisa o SAM e, infine, il rilevatore dell’intenzionalità o ID.
Come altri ricercatori, ad esempio anche C.H. Delacato, anche il professor Simon Baron-Cohen mette alla prova la sua teoria attraverso l’osservazione clinica dei comportamenti dei bambini.
Infatti, il professor Baron-Cohen scrive che “intorno ai 18-24 mesi di età i bambini cominciano a far finta e a riconoscere quando gli altri fanno finta e questo determina un cambiamento qualitativo del loro modo di giocare. Successivamente, 36-48 mesi, i bambini ci danno prova che hanno compreso che vedere conduce a sapere ovvero la conoscenza è il prodotto della percezione. Ma, per il professor Simon Baron-Cohen, il cervello ha un’organizzazione modulare ove ogni modulo garantisce un’abilità compresa l’abilità mentale. In altri termini, deve esserci, nel nostro cervello, necessariamente “un nuovo organo di senso, l’occhio della mente, il cui campo visivo non è il mondo esterno bensì la mente stessa”.
Come ho più volte sottolineato, quanto pubblicato dal professor Simon Baron-Cohen avrebbe condizionato il modo di prestare le “cure” ai bambini autistici come nessuna teoria ha fatto negli ultimi trent’anni di storia dell’autismo.
Infatti, il bambino autistico, definito “mentalmente cieco oppure con il modulo rotto”, più che abilitato (stimolazioni specifiche per gli apprendimenti) andava “educato”(precedentemente si è letto che le terapie educative stavano già seducendo i tecnici del settore).
Alle lettrici ed ai lettori, alla fine di questa lunga storia (che spero di non aver annoiato), chiedo scusa per il fatto che non riesco a non fare almeno qualche riflessione sulla teoria della mente del professor Simon Baron-Cohen (le riflessioni fanno parte del prezzo che devono pagare le “teorie importanti”, quelle che in qualche parte condizionano la storia).
Leggendo questa ultima parte della storia avete trovato dei numeri progressivi, sono i punti su cui i tecnici dell’autismo avrebbero dovuto riflettere (Io, nel 1995, lo feci).
- 1. Quando scrive Baron-Cohen, le neuroscienze già da qualche decennio ci stavano parlando di sistemi o reti che diventeranno poi connettoma, oltre che di cervello quale sistema integrato che si organizza o si sviluppa grazie alla selezione esperienziale. E’ proprio dall’integrazione di differenti modalità sensoriali che possiamo astrarre l’informazione sul “COSA” vediamo. Solo dopo, con il successivo sviluppo, la rete neurale diventa ancora più complessa. Nuove integrazioni con altre aree sensoriali (quelle propriocettive) ci abiliteranno anche ad astrarre l’informazione sul “DOVE” si trova la “cosa”.
- 2. Baron-Cohen commette il “peccato” che Edelman ci aveva invitati a non commettere: definire biologica una teoria solo perché affermiamo che lo stato psicologico (mente) è controllato dal cervello. Una teoria sulla mente è biologica quando fa riferimento all’anatomia ed alla fisiologia del sistema nervoso.
- 3. Negli anni 90 del secolo scorso, quando iniziai a ricercare le basi neuronali del comportamento autistico e Baron-Cohen pubblicava la sua teoria, effettivamente, la diagnosi di autismo veniva fatta intorno ai 40 mesi. Ma questo accadeva per una “cecità” dei pediatri rispetto all’autismo. Oggi sappiamo che la diagnosi spesso viene fatta intorno ai 14-16 mesi, riconoscendo, a ritroso, che mesi prima già erano presenti campanelli di allarme. Come, allora, un modulo che entra in funzione a 4 anni di età può spiegare l’autismo?
